«S’erano dunque accomodate le cose alla meglio, alternandoci, e facendo un giorno per ciascuna ad andare al Cascinino, durante i tristi mesi dell’inverno novarese, rigido, umido, nevoso.

«Si camminava nella neve, sul ghiaccio, nel fango.

«La casa era chiusa. Il nonno apriva; s’entrava nella sala buia, si spalancavano le imposte, e s’accendeva il fuoco nel camino.

«Quella vampata era la gioia del nonno ed il nostro tormento, perchè toccava a noi toglierci i guanti, e, vestite da passeggio, romper la legna e fare il fuoco.

«Una volta ch’io m’ero provata a chiamare la contadina, il nonno mi aveva dato sulla voce: «che non ero una principessa, e che una ragazza doveva esser sempre pronta a tutte le occupazioni casalinghe, anche le più modeste....» Una ramanzina che era durata un quarto d’ora.

«E non bastava di farla la vampata, bisognava anche goderla, come diceva lui, bruciandosi il viso al fuoco e gelandosi il dorso in quella così detta sala, che era una stanzaccia terrena, con delle finestre alte alte, alle quali s’arrivava appena salendo in piedi ad una sedia, ed ingombra d’una tavola quadrata, tanto larga, che a stento si poteva girarle intorno. Una tavola tutta screpolata, vacillante, scricchiolante, minacciante rovina; perchè il nonno, che aveva la passione del ferro vecchio, una vera manìa, andava comperando a tutte le fiere, sui banchi dei rigattieri, agli incanti, una quantità di serrature arrugginite, di catenacci, di chiodi, di chiavi, di viti; e ne aveva, col tempo, talmente riempita la cassetta di quel tavolone, che un bel giorno s’era sfondata sotto il peso, e, nel cadere col carico formidabile che aveva nel ventre, aveva fatto piegare la tavola, spezzandone due gambe.

«Il nonno poi aveva rattoppato alla peggio quel mobilaccio monumentale e venerabile.

«Dico rattoppato, e non fatto rattoppare, perchè era un’altra sua manìa di fare da sè, quando poteva; ed anche quando non avrebbe potuto, perchè si può figurarsi com’erano bellini quei mobili che rabberciava lui, inchiodando delle vecchie lastre di ferro ai due pezzi staccati d’una gamba di tavola, o d’una spalliera di sedia, per tenerli uniti.

«Con che occhi li guarderebbero le nostre signorine, quegli orrori, fra i quali noi siamo cresciute, ridendone un poco, anche molto, ma senza crucciarcene però, e sopratutto senza vergognarcene menomamente, vagheggiando anzi, se ci fosse stato possibile, di ricevere fra essi le nostre amiche ed anche di farvi degli inviti.

«Gli altri ornamenti di quella famosa sala, erano: un divano di pelle lustra e fredda che metteva i brividi, ed un grande e massiccio cantonale di quercia, solido che avrebbe sostenuto un cannone, e la cui unica destinazione era di reggere un piccolo Napoleone a Sant’Elena, «le braccia al sen conserte» chiuso in un tempietto di vetro.