«Quella statuina era l’idolo, la passione del nonno, e gli forniva ogni giorno l’occasione di raccontarci qualche episodio della vita gloriosa di quel suo eroe non mai abbastanza ammirato.

«Dopo la vampata e l’episodio napoleonico, si saliva al piano di sopra, squallido, coi letti disfatti e respinti in un canto, con dei palchi come quelli dei bachi, rizzati in mezzo alle stanze, e carichi di frutta conservata per l’inverno, che mandava un odore nauseabondo.

«Il nonno ci faceva salire a prendere una mela, una pera o un grappolo d’uva, per aiutarci a pazientare, aspettando che lui avesse finito il giro della casa e del fondo.

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«Una sera io tornai dalla passeggiata al Cascinino con una grande, una stupefacente novità.

«Noi si darebbe un ballo alla villa!!!

«Per fortuna Mario era in collegio, altrimenti Dio sa che scene avrebbe fatte! Mia sorella, che pure non era una gran riditrice, fece una quantità d’esclamazioni, e finì per abbandonarsi sul divano in una convulsione di risa contorcendosi e gridando:

— «Oh! no! no! È troppo buffa! È troppo buffa!

«E la zia Rosa, che si trascinava dietro da trent’anni una malattia di fegato, e coi suoi poveri occhi gialli, vedeva dei malanni dappertutto, mi afferrò il polso, e mi disse tutta spaurita, preparandosi a guardarmi in bocca:

— «Metti fuori la lingua!