«In principio di dicembre, si faceva venire da Novara un cioccolattaio, colla larga pietra scanaliate ed il grosso cilindro di marmo per macinare il cacao.
«Quell’uomo lavorava a giornata in cucina, macinando e rimacinando la pasta profumata e lucida, che faceva una gola da non dire a me ed ai miei fratellini.
«E dopo la scuola, che finiva alle tre, io dovevo preparare i fogli bianchi e quadrati, ed avvolgervi le tavolette di cioccolata, che il cioccolattaio aveva preparato lungo il giorno.
«Poi c’erano delle larghe torte, dei metri quadrati di cotognata, fatta da mio padre nell’autunno, che aspettavano me, per essere tagliate a quadri, a dischi, a stelle, a cuori.
«Poi dovevo fare dei sacchetti ingommati per mettervi della cipria e dell’amido, dello zucchero e del caffè.
«Tutte queste cose erano destinate alle strenne degli avventori, e dovevano essere pronte almeno tre giorni prima di Natale.
«Avevo dunque molto da fare in quella prima metà del dicembre.
«I miei fratelli, che erano troppo piccini per aiutarmi in quei lavori, facevano da sguatteri alla mamma, che, come tutte le buone massaie del Novarese, in quel giorno aveva l’abitudine di preparare le oche: riporre le carni in sale pel resto dell’inverno, fare lo strutto col grasso, friggere la pelle. Si rendevano utili anche loro, poverini.
«E questi erano i nostri teatri, i nostri bals-d’enfants, i nostri alberi di Natale, i nostri divertimenti.
«Di divertimenti, nell’inverno, ne avevamo due: Giocare a tombola la Domenica in casa del medico, e scivolare sul ghiaccio nell’andare alla scuola e nel ritornare.