«Lungo la strada, ad ogni amico che incontravo, rinnovavo l’invito per la prossima domenica a giocare a tombola.

«Tornato a casa poi, prima d’andare a letto, misi una delle mie scarpe sul ballatoio verso corte.

«Aveva la suola bucata quella povera scarpa; ed anche il tomaio era tutto spellato in punta e logoro; ed il tacco era scalcagnato che era una vera pietà.

«Ma come fare? La sua compagna era anche in peggior stato, ed io mi consolai pensando che di notte il babbo non se ne sarebbe accorto.

«Calcolando che il gioco della tombola, col cartellone, il sacco dei numeri e tutto, non potrebbe mai stare nè dentro nè sopra una scarpa, per quanto non fosse quella di Cenerentola, le misi sotto disteso un bel foglio di carta turchina, dei più larghi che trovai in farmacia; per ricevere il dono desiderato.

«Poi me ne andai a letto, ansioso di rivedere il giorno, e con esso la strenna, che doveva procurare a me, ed ai miei compagni, tante sere di spasso.

«Ed il giorno venne, come tutti i giorni desiderati o no, felici od infelici.

«Ma quando mi accostai, tutto palpitante, alla vetrata del ballatoio, vidi il foglio turchino fatto più scuro dall’umidità della notte, e su quel tappeto azzurro, isolata, e triste come un paracarro sopra una strada, la mia povera scarpa scalcagnata. Non altro. Nè cartelle, nè numeri, nè cartellone. Nulla.

«Sebbene mi battesse forte il cuore per lo sgomento, pensai:

— È perchè il gioco non stava nella scarpa. Il babbo me lo darà in mano or ora, quando scenderò a colazione.