«Per conseguenza nessuno aveva tempo d’intenerirsi per il mio mal di denti.
«O, forse, s’intenerivano, perchè, sebbene non facessero carezze, i miei genitori mi volevano molto bene. Ma non avevano tempo nè di compiangermi, nè di chiamare a consulto la facoltà per un male del quale non si muore. E quanto ad amministrarmi narcotici e corrosivi, il babbo non voleva saperne, dicendo con ragione: «È meglio patire un po’ di più, che guastarsi i denti, e magari anche la salute, con le medicine.»
«Io, dunque, non andavo a piagnucolare con loro. Mi sforzavo di sopportare il mio male con coraggio, aspettando che finisse.
«Ma non finiva.
«Una mattina mio padre mi disse:
— Dovrei mandare a Novara questa partita d’acquavite che ho venduta ad un liquorista, e mi accomoderebbe che tu andassi sul carro per tener d’occhio il carrettiere, che non mi avesse a fare qualche marachella. Ma con quel male, non potrai?...
«Pensa, caro il mio infermo, fin dove tu alzeresti le braccia per invocare il cielo in testimonio dell’umana barbarie, se in questo momento ti proponessero, non dico una strada di sette chilometri sopra un carro scoperto in una giornata umida di novembre, ma soltanto di scendere dall’infermeria per assistere ad una lezione.
«Io invece, senza essere per questo un eroe, ero avvezzo a prendere la vita sul serio, ed a rendermi utile nella misura delle mie forze di nove anni. Dissi ad un mio compagno più grande di me, che aveva dei denti infelicissimi:
— Come dovrei fare per farmi cavare questo maledetto dente nella giornata? Vorrei star bene per andare a Novara domattina...
«L’altro mi rispose: