«Ecco, figliolo mio, come il nonno si fece levare un dente. Ora quel mezzo primitivo ed un po’ barbaro non si potrebbe usar più, nè te lo vorrei consigliare. Ma rifletti a questa storiella della mia vita semplice, e fanne l’uso che credi.
«Il Nonno.»
Si stette due giorni senza nuove di Mario. Poi venne una lettera, tranquilla e seria, nella quale parlava degli studi, dei prossimi esami semestrali, di certe provviste che gli occorrevano; e soltanto in fondo, come cosa secondaria, diceva:
«Sa, nonno? quel dente me lo feci cavare. Ma senza cloroformio. Avevo la sua lettera che ne faceva le veci.»
Come il nonno diventò un famoso ballerino
La nostra povera mamma se n’era andata con Dio. Eravamo soli col povero vecchio nonno.
Dopo le quattro classi elementari, egli ci mandò, mia sorella ed io, ad un istituto privato, come esterne, per impararvi il cucito e la lingua francese, la sola lingua straniera che trovasse grazia ai suoi occhi; ne aveva compresa la necessità ai tempi di Napoleone I, quando aveva veduti i francesi in carne ed ossa, sulle strade e nelle campagne del basso Novarese.
Verso la fine di novembre la direttrice dell’istituto venne in classe ad annunziare che aveva fissato un buon maestro di ballo, per quelle allieve che volessero prender lezioni durante tutto il carnevale, e parte della quaresima; sessanta lezioni in tutto.
La spesa sarebbe minima, venendo suddivisa, com’era da supporre, fra tutte le scolare, o almeno fra la massima parte di esse.
Si può figurarsi in che stato di eccitamento ci ponesse quell’annunzio. Avevamo veduto una volta un ballo al teatro, e ci pareva già di far le piroette col vestito corto, con una gamba stesa, come quelle ballerine color di rosa, che ci erano sembrate delle enormi e leggerissime farfalle.