Trovammo modo di parlarne il resto del tempo di scuola, e durante la strada del ritorno, animatissime, cogli occhi lucenti, le guance accese, gesticolando esageratamente, sebbene, a ripensarci ora, non mi riesca d’immaginare che cosa potessimo dire così a lungo su quell’argomento, tanto più che nessuna di noi pensava a sollevare il menomo dubbio su quelle lezioni tanto desiderate.

Però, quando ci trovammo in faccia al nonno, provammo un senso di sgomento, una peritanza inesplicabile. Quel vecchio alto, color di bronzo, con le mani dure, con la parrucca messa alla peggio senza la menoma pretesa d’ingannar nessuno, aveva qualche cosa di troppo positivo, di troppo pratico, di troppo contrario all’idea elegante e pittoresca che noi ci facevamo del ballo, per incoraggiarci.

Si stette un po’ impacciate, ripetendo: «Buona sera, nonno; buona sera» e non osando aggiunger altro.

Fu lui che, sedendo a tavola, domandò, come del resto domandava ogni giorno:

— Che cosa c’è stato di nuovo a scuola?

Allora noi ci guardammo, molto confuse, e mia sorella scrollava il capo come per dire:

— Io non parlo; non se ne fa nulla.

Ma io, che di solito mi eccitavo di più e riflettevo meno, mi feci un gran coraggio, e dissi:

— C’è stata una famosa novità. La direttrice ha preso un maestro di ballo.

Il nonno alzò le spalle in atto di sprezzo, e sospendendo un minuto di soffiare nella minestra, disse: