Ai nostri tempi la colazione che si portava alla scuola era composta di pane e frutta. Non altro. Le bottigliette del vino, che ora si portano generalmente, ci avrebbero inspirata una grande stupefazione.
I castighi, i veri castighi che tutti noi ricordiamo, — lunghe genuflessioni, lunghe reclusioni in un camerino, privazioni di frutta, e persino il regime a pane e minestra per vari giorni, tutto questo è passato allo stato di leggenda.
Non so se i fortunati bambini, curati, accarezzati col dolce sistema moderno, che approvo, riescano moralmente migliori di quelli d’altre volte, avvezzi dai primi anni a sopportare delle piccole contrarietà. Non so neppure se il loro fisico si rinforzi realmente nelle agiatezze; ad ogni modo, l’infiacchimento che può provenire dalle soverchie delicatezze, dev’essere corretto dalle cure igieniche.
Ma quello che mi parrebbe naturale, è che i bambini d’adesso fossero più felici dei loro piccoli predecessori, trattati tanto più rozzamente, e tenuti in soggezione. Ed invece non mi pare di riscontrare nelle piccole brigate e sui volti giovinetti dei bimbi del ceto civile, l’allegria schietta, spensierata che una volta era generale nei fanciulli.
Vedo sovente dei visini giovani improntati d’una gravità prematura, ed alle volte d’un’ombra di malinconia che m’impensierisce.
Oh bambini; o gioventù noncurante! Se sapeste a che amore s’inspirano quelle cure che vi circondano e che spesso vi danno noia; se sapeste che lavoro assiduo, che privazioni, e che pensieri, e che cumulo di fastidi costano ai vostri parenti, ne avreste un vantaggio infinito, perchè, se non altro, ne risentireste la gioia suprema di sapervi amati fino al sacrificio; e le gioie di questa specie fanno bene allo spirito ed al cuore, quanto l’igiene fa bene al corpo.
I nuovi sistemi, che rendono tanto dispendiosa l’educazione dei figli, non permettono più, o permettono di rado ai parenti di accumulare, anno per anno, dei piccoli risparmi, e di crearsi un modesto patrimonio, pel riposo e per l’agiatezza della loro vecchiaia.
Eppure vi sono parenti che, pel benessere dei loro figli, accettano anche questa prospettiva orrenda, della povertà nella età avanzata, dopo una lunga vita di lavoro.
Si rassegnano a campare come potranno, magari della riconoscenza dei figli che hanno allevati, a vivere in una relativa dipendenza, nell’età venerabile che avrebbe diritto a tutte le indipendenze, a tutte le supremazie, quando si gloria del ricordo d’un passato onesto ed operoso.
Questo è il colmo, è la sublimità dell’abnegazione; è l’eroismo della paternità.