È perchè i miei piccoli lettori possano apprezzare al loro alto valore le cure, i sacrifici che si fanno per loro, perchè si fermino qualche volta a considerare quanto tesoro di benevolezza rappresentano una costoletta, un paio di guanti, un mantellino imbottito, un’inezia, che per lo più lasciano passare inosservata, che ho scritti, dal gennaio al dicembre del 1886, questi racconti, e che ora li raccolgo in un volume.
Sono una serie di episodi veri, dell’infanzia, e della gioventù di persone, che ora sono mature o vecchie, e specialmente del mio nonno, che è morto da vent’anni.
Egli era fanciullo nell’ultimo quarto del secolo passato, quando a pochi, a pochissimi eletti, figli di grandi famiglie patrizie, erano concesse certe raffinatezze, delle quali ora si circonda anche un bambino di condizione modestissima. Allora i figli dei piccoli possidenti, dei commercianti, dei professionisti, erano allevati un po’ alla guardia di Dio, e dovevano cominciar presto a lavorar di gomiti per farsi largo nella vita.
Sono episodi semplici, buffi fors’anche. Ma quando ne avrete riso, bambini, ripensateci un poco; e vedrete come per voi si sono spianate tante difficoltà, come si sono banditi tanti rigori, come la vostra esistenza è più facile ed agiata. E, se siete buoni, ne sarete commossi, e sentirete un’immensa gratitudine pei vostri maggiori che si consumano la vita a lavorare per voi.
Come il nonno imparò a nuotare
Il nonno, che quando era bimbo, come è ben naturale, non era punto nonno, e si chiamava Andrea, abitava in un piccolo villaggio del basso Novarese. Suo padre era farmacista, il che, a quei tempi, non significava, come ora, preparare e vendere medicinali e, per giunta, tenere una raccolta di specialità più o meno ciarlatanesche in boccette e scatoline eleganti, e ciarlar di politica col medico condotto e con le altre autorità e notabilità del paese.
Il farmacista di Cerano, allora, vendeva e fabbricava una serie di cose, anche estranee affatto alla farmacopea; come per esempio il carbone, la polvere di riso, la cioccolata, la mostarda.
Era dunque un uomo straordinariamente affaccendato, ed aveva ben poco tempo, per non dire che non ne aveva punto, per occuparsi a vezzeggiare i suoi figli.
Sua moglie era in farmacia fin dalla mattina, e faceva le veci del marito tutto il tempo che egli doveva passare alle carbonaie. E quando lui prendeva il suo posto dietro il banco, lei badava alla cucina, al bucato, a tenere in ordine i vestiti dei figlioli, all’allevamento dei bachi nei mesi di maggio e giugno, ai polli, alle oche, ad un’infinità di cose, per le quali le ventiquattr’ore della giornata le bastavano appena, grazie alla sua grande attività; ma, a rigore, sarebbero state insufficienti.
I figli, che erano tre, venivano svegliati ogni mattina dalla mamma, che, di buonissima ora, bussava forte all’uscio dello stanzone, dove dormivano su tre lettucci, composti di due cavalletti, d’un saccone di foglie e d’una materassa.