A cinque anni cominciavano già a lavarsi e vestirsi da sè alla meglio. Prima dei cinque anni, era Andrea, il fratello maggiore, che aiutava i più piccini. Gli era capitata addosso a sei anni quella prima responsabilità; ma non gli era mai riuscita gravosa.

È vero che qualche volta i piccini, assonnati, capricciosi, gli menavano qualche pugno; ma lui lo rendeva equamente; se gridavano, gridava più forte di loro, e, bene o male, finivano sempre per esser vestiti tutti ogni mattina, e per scendere in cucina.

Era là che la mamma li aspettava per le preghiere; così, senza perder tempo, recitava forte un pater, un’ave, un credo, mentre scodellava la polenta, e versava in ogni scodella di polenta calda, una buona mestola di latte fresco pei figlioli.

Dette le orazioni e mangiata la polenta, i tre ometti andavano alla scuola, muniti del sillabario, della dottrina cristiana, dell’abbaco, del quaderno per lo scritto, e d’un panierino col pane ed una mela per la colazione del mezzogiorno. Il pane era abbondante, la mela era sempre una sola; e quando non era la mela erano quattro noci, o una pera. Mai nulla di più appetitoso. La costoletta, la bistecca, o le ova sbattute delle nostre scolarine moderne, non erano mai balenate alla mente di quei ragazzi, neppure in sogno. Se avessero udito di qualcuno che si fosse portato il vino per la colazione a scuola, come ora si fa da molti, avrebbero creduto che si trattasse del principe Camaralzaman o della principessa Badour, delle Mille ed una notte, e l’avrebbero considerata come una delle tante stravaganze di quei personaggi meravigliosi.

Al ritorno dalla scuola, babbo e mamma, facevano trovare ai figli il desinare, il focolare acceso nell’inverno, il letto per dormire, gli abiti per mutarsi. Confetti, trastulli, passeggiate, giochi, vezzeggiamenti, erano cose ignote.

E questo, non perchè il babbo del nonno fosse veramente povero. Aveva qualche fondo, la farmacia, e guadagnava benino, ed in un piccolo paese come Cerano, dove la vita costava meno che in città, ed a quei tempi, si poteva dire un uomo agiato.

Ma prendeva la vita molto sul serio. Aveva dei principii austeri. Guai a fare un debito! A’ suoi occhi era una vergogna. Guai a ritardare d’un giorno un pagamento; era mancare ad un dovere. Guai a spendere quattrini in una cosa inutile, in una superfluità, in un divertimento, mentre con quel denaro si poteva fare qualche cosa di seriamente giovevole all’avvenire dei figli, o soccorrere della gente in miseria! E quell’austerità l’applicava a sè stesso prima che agli altri. Vestiva quasi come i contadini del paese, mangiava nel modo più frugale, non aveva mai portato guanti in vita sua, non andava mai neppur fino a Novara, se non per necessità del suo commercio o della famiglia, non entrava mai nell’unico caffè del paese, e tanto meno nell’osteria.

Nessuno dunque poteva biasimarlo se non comperava dei giocattoli ai suoi figli, per quanto loro li desiderassero.

Del resto i ragazzi si trastullavano egualmente. Ma lo facevano per iniziativa propria e come potevano. Uscivano soli pel paese, andavano in cerca di nidi, coglievano le more sulle siepi, pescavano nella Morra, vi facevano i bagni; ed era un arrampicarsi, un saltare, un correre, un dimenarsi in tutti i modi, che non aveva nulla da invidiare alla ginnastica sistematica delle nostre scuole.

La mamma se ne accorgeva dagli strappi che trovava nei vestiti, ognuno dei quali era salutato da una sgridata o da uno scappellotto. Ma la mamma non ci metteva fiele, ed i ragazzi non se ne avevano a male.