Nei calori ardenti dell’estate, tutti gli altri spassi erano trascurati, ed i giovinetti del paese passavano nell’acqua tutte le ore che la scuola e le occupazioni di casa lasciavano loro di libertà.
Quasi tutti sapevano nuotare. Eppure nessuno aveva mai presa una lezione di nuoto, nè era mai stato accompagnato in acqua da un marinaio, nè s’era legate sulla schiena due zucche come le ali d’un amorino, nè s’era aggrappato disperatamente ad un salvagente. I parenti d’allora non si davano tante brighe. Trovavano che il nuoto non era una necessità, e dicevano: «Se non potete imparare da voi, fatene a meno».
Molti, molti anni dopo, quando il piccolo Andrea era diventato il nonno, noi s’andava qualche rara volta in campagna per alcuni giorni sul lago d’Orta. Là c’erano delle nostre compagne, che avevano una casa in riva al lago, una darsena, un canotto, un marinaio, o piuttosto un barcaiolo, marinaio d’acqua dolce.
Noialtri pure avremmo voluto nuotare, ma non sapevamo. S’entrava nell’acqua a uno a uno col barcaiolo che ci teneva le mani, e ci faceva fare l’esercizio, ripetendo all’infinito, come fanno i caporali coi coscritti: «Uno, due, tre, quattro». Noi ci si metteva un’attenzione intensissima che ci irrigidiva tutti, e si aveva una paura smisurata, e non si riesciva mai a mettere d’accordo le braccia con le gambe, e s’andava regolarmente sotto, appena il barcaiolo ci lasciava.
Il nonno, alto, forte, tutto bruciato dal sole, stava ritto sulla spiaggia come una grande statua di bronzo, e, ridendo dei nostri sforzi, diceva:
«Io non ho mai imparato quell’esercizio, eppure sono stato un nuotatore famoso. Ma ai miei tempi queste cose non entravano nel numero di quelle che si debbono imparare. Era un gusto come un altro, e, chi lo voleva, se lo procurava come poteva».
«A Cerano, poco fuori dal paese, c’era un ponte sulla Morra, alto come un secondo piano, ed anche più. Si chiamava: Il ponte del diavolo. Vi sono molti ponti che si chiamano così, sebbene non abbiano nulla di tremendo, di diabolicamente pauroso e bello, come il Ponte del diavolo che i viaggiatori vanno ad ammirare sulla via del Gottardo.
«Vedevo i miei compagni che spiccavano il salto da quel ponte, affondavano un istante, poi diguazzavano scotendo l’acqua e spruzzandone da tutte le parti, e col capo fuori dall’acqua tiravano via a nuotare allegramente.
«Li invidiavo. Mi struggevo di fare altrettanto. Ma ero ancora molto piccino. Avevo, credo, sette anni. Non sapevo nuotare, e dovevo accontentarmi di bagnarmi alla riva, correndo nella sabbia, coll’acqua fino alle spalle.
«Una volta domandai a mio padre: