«Quel giorno era appunto l’aria piagnucolosa, lenta, misteriosa della sua canzone, che il Lavatelli sonava; per cui i movimenti della danza dovevano essere straordinariamente lenti e languidi, per accompagnare la musica. Erano dei dondolamenti malinconici, degli inchini solenni, dei passi d’una gravità da funerale. Io, che, ballando, mi ricordavo e canticchiavo il ritornello misterioso, ne ero profondamente commosso.

«Il nostro pubblico trovò che noi si ballava stupendamente, e la domenica seguente c’incoraggiò a ripetere la danza. Questa volta ballammo improvvisando, sull’aria maestosa del «Tantum ergo» ambrosiano.

«E così di festa in festa, poi d’autunno in autunno ci esercitammo a quel ballo fantastico e bizzarro, indipendente da ogni regola, che noi ed i nostri ammiratori chiamavamo minuetto, unicamente perchè si cominciava sempre, io colle mani sui fianchi, lei, rialzandosi le gonnelline.

«Una volta, io era a Novara in casa della Giovannina per le vacanze di carnovale, quando certi suoi parenti vennero, tutti in gala, a fare l’invito per una festicciòla in casa loro, in tutta confidenza.

«A noi non parve vero d’andare a sfoggiare la nostra abilità ad una vera festa da ballo, e colla vera musica d’un organetto.

«Io aveva tredici anni, e lei...

La signora Giovannina cominciò a scrollarsi, ed il nonno invece di dire la sua età, riprese ridendo:

«Via, lasciamo andare!

«Entrammo trionfanti, la Giovannina col suo vestito più bello di lana scozzese, io con un jabot molto rammendato ma di vera trina, sebbene grossa e fatta al tombolo.

«Alle prime battute, senza curarci degli altri, ci mettemmo in posizione, uno colle mani sui fianchi, l’altra coi rigonfi dell’abito fra le dita, e cominciammo i nostri passi stravaganti, un po’ impacciati dal tempo accelerato a cui non eravamo avvezzi, ma lei inventando meravigliosamente, io secondandola alla meglio.