«Ad un tratto, uno scoppio di risate irrompenti, poi, subito, una salva d’applausi fragorosi, ci fece fermare.

«Soltanto allora, guardandoci intorno, ci accorgemmo che eravamo soli a ballare, mentre tutta la sala ci faceva circolo intorno, e rideva alle nostre spalle.

«Molti si figurarono che ballassimo una danza caratteristica di qualche paese, e ci domandarono ripetutamente:

— Che ballo è? È la tarantella? È il fandango? È il bolero? Dov’è che si balla così?

«Un minuto si rimase male tutti due. Ma la Giovannina, che ha sempre avuta la lingua pronta, si rinfrancò subito, e, ridendo anche lei cogli altri, rispose:

— Si balla così dove non si sa ballare. È una danza di nostra invenzione.

«Volevano che si facesse il bis. Ma lei mi prese per la mano, e mi disse piano:

— No, sai. La seconda volta ci burlerebbero. Stiamo a vedere come fanno gli altri, poi faremo lo stesso anche noi.

«Infatti, sia pel lungo esercizio che s’era fatto alla nostra maniera, sia per l’amor proprio che ci spingeva, prestammo un’attenzione così intensa a tutti i passi, a tutte le movenze degli altri ballerini, che la sera stessa incespicando, imbrogliando un poco le figure, riescimmo a ballare la gavotta ed a prender parte ad una contraddanza.

«Il giorno dopo, a casa, ci chiudemmo nella stanza da pranzo, e, senza musica, accompagnandoci con dei tra la la, tra la la, interrotti, ansimanti, stonati, riprovammo ripetutamente quei balli.