— Vedo che ha una storiella da narrare a questo proposito. Me la dica, la prego; se non altro per insegnarmi ad essere più cauta nell’immischiarmi indiscretamente nei fatti degli altri.

Il nonno protestò energicamente, che lei non era stata indiscreta, che non aveva bisogno di imparar nulla; ma consentì a raccontare la storiella «per insegnare a queste signorine a non far troppo a fidanza col loro supposto genio musicale.»

Noi chinammo il capo, imbronciate e contrite, ed il nonno cominciò:

«Queste ragazze sanno che un certo Lavatelli, un vecchio contadino del mio paese e mio vicino di casa, sonava la zampogna, e che io lo ammiravo straordinariamente, ed avevo imparato a ballare sulle arie gemebonde che egli sonava, e che mi commovevano fino al pianto.

«Ma potevo udirlo soltanto la domenica, perchè gli altri giorni io era a scuola, e lui lavorava in campagna. Mi ero tanto innamorato di quelle cantilene patetiche, che tutta la settimana ne sentivo la mancanza, e le desideravo ardentemente.

«Dal desiderare una cosa, al cercare tutti i mezzi di procurarsela, queste signorine l’hanno dimostrato or ora, non c’è che un passo.

«Io, dunque, cercai d’imparare a sonare da me solo, con uno zuffoletto di legno che m’ero comperato alla fiera di Novara.

«Mi mettevo in faccia al vecchio Lavatelli, e cercavo d’imitare colle dita e colle labbra i movimenti che faceva lui.

«Erano delle stonature orribili. Tutta la contrada protestò raccapricciata.

«Mio padre mi diceva: