— «Povero figliolo. Come vuoi riescir a sonare con quello zuffoletto? Dà retta a me; smetti.

«Ma la mamma, che capiva quanto mi sarebbe dispiaciuto di rinunciare a quell’aspirazione, insinuò:

— «Sul solaio c’è un vecchio flauto del povero zio Tommaso. È tutto rotto. Ma se si potesse accomodare...

«Guardava il babbo come per suggerirgli di farlo accomodare; ed anch’io lo guardavo.

«Ma lui non ci pensò neppure ed intavolò un discorso di politica col medico condotto.

«Allora io me ne andai sul solaio, cercai in mezzo ad una quantità di roba rotta, di cocci, di cenci, di mobili fuori d’uso, finchè mi riescì di trovare tutti i pezzi sparsi di quel povero flauto.

«La sera lo portai nella stalla dei Lavatelli, e tra me ed il vecchio musicista, lo accomodammo alla meglio. Mandava certi stridi, certi rantoli, da far piangere i sassi; ma era un flauto e sonava.

«E cominciai, su quello strumento meno ignobile, ad imitare il vecchio, che sonava la zampogna. Fu un esercizio che durò dei mesi; con quali risultati si può figurarselo.

«Ma amavo con tanto ardore la musica, che le difficoltà, invece di scoraggiarmi, mi spronavano allo studio. Mia madre ed il vecchio Lavatelli dicevano che dovevo avere il genio della musica.

«Quanto a me non ne avevo mai dubitato.