«Soltanto, il vecchio disperava di poter fare da sè la mia educazione musicale.
«Avevamo due strumenti diversi. Lui non aveva tempo di farmi una zampogna per insegnarmi su quella, ed il mio flauto era anche tutto guasto. E mi diceva:
— «Ci vorrebbero due cose: un flauto buono, ed un maestro.
«Era quanto dire: ci vorrebbero il sole e la luna.
«Ai miei tempi i ragazzi delle famiglie borghesi non avevano certe aspirazioni alte, che hanno i ragazzi moderni. Sapevano che le cose di lusso erano da lasciare ai signori, e si contentavano del loro stato.
«Io dunque non domandai a mio padre nè il flauto nè il maestro; e tornai tranquillamente alle mie occupazioni di scuola, di casa e di campagna, rassegnandomi, sebbene a malincuore, a privare il mondo del mio genio musicale.
«Un tratto fuori dal paese c’era un vecchio fabbricato, tra palazzo e castello, di proprietà del marchese De Landi di Novara.
«Non sapevo come si componesse la famiglia; ma conoscevo il marchesino, un ragazzo della mia età, superbioso e bello, circondato di servitori e di maestri, che martirizzava coi suoi capricci. L’avevo veduto molte volte in giardino a cavalcioni sulle spalle d’un povero vecchio, che obbligava a star delle ore carponi per fargli da cavallo, e che frustava come una bestia.
«Un giorno, sull’imbrunire, mio padre mi mandò a portare al castello, come lo chiamavano in paese, una medicina che gli aveva ordinata il marchese nel passare.
«Nell’avvicinarmi cominciai a sentire un suono che andò facendosi man mano più distinto e chiaro.