«Ero sveltissimo, per la lunga pratica di arrampicarmi sugli alberi in cerca di nidi.
«Pensai d’arrampicarmi al tronco forte dell’ipocastano, che sorgeva sulla strada, e giunto in cima, di strisciarmi su quel ramo sporgente, e così spingermi fin dinanzi alla finestra, per vedere come si desse una lezione di flauto.
«La cosa mi riescì facile. Quel ramo pareva steso là apposta per me. Vedevo benissimo ogni cosa. Il marchesino stava in piedi dinanzi ad un leggìo sul quale c’era la musica. Il maestro era in piedi anche lui, dall’altro lato del leggìo, e senza musica.
«Pare che lui non ne avesse bisogno.
«Avevano un flauto ciascuno. Il marchesino cominciava la scala, e, quando sbagliava, il maestro lo interrompeva per correggerlo, e ripeteva lui la parte sbagliata, che l’altro tornava a ripetere, il più delle volte sbagliando ancora.
«Il maestro non s’impazientiva mai. Il marchesino sempre. Ad ogni sbaglio scrollava le spalle, pestava i piedi, borbottava, andava a sedere tutto imbronciato, e bisognava che il maestro andasse a riprenderlo ed a pregarlo, per fargli ripigliar la lezione.
«Ero indignato di veder così male accolti i benefizi della Provvidenza, e pensavo:
— «Se questa fortuna fosse toccata a me, chissà che progressi avrei già fatti, chissà che maestro riescirei!
«E, tornato a casa, guardavo con disprezzo i vasi e le ampolle della farmacia; mi sentivo artista.
«La notte, che è la madre dei consigli, me ne suggerì uno famoso.