«Dacchè c’era quel ramo d’ippocastano, da dove potevo assistere alla lezione di flauto, perchè non ne profitterei?

«Era tutto un avvenire musicale che mi si parava dinanzi, e la sera stessa mi trovai al mio alto posto d’osservazione, munito del mio flauto, all’ora della lezione.

«Non che m’illudessi di poter sonare anch’io.

«Sarei stato scoperto, e cacciato via, per conseguenza, come un intruso.

«Ma mi proponevo d’imitare in silenzio la mimica del maestro, cavandone quel tanto di utile che era possibile, il movimento delle dita, la misura del tempo.... A casa poi, proverei ad eseguire la stessa manovra emettendo i suoni.

«Quest’idea, che sembra una fola, ebbi il coraggio di metterla in pratica.

«Era d’estate, avevo allora dai tredici ai quattordici anni, e la sera, dopo la cena, mio padre mi concedeva un paio d’ore di libertà per andare a passeggiare.

«Io, invece, correvo alla mia strana lezione di flauto, e mi pareva di cavarne molto vantaggio, e d’essere già avviato sul sentiero della gloria.

«Se soltanto avessi avuto un flauto meno scellerato, o almeno moderno!

«Ma era uno di quegli strumenti del secolo passato, con due sole chiavi, mentre il maestro ed il marchesino studiavano con due bei flauti moderni, di quelli inventati appunto allora, circa il 1812, che hanno più di sedici chiavi.