«Si può figurarsi come il mio studio riuscisse difficile e pieno di lacune!
«Avrei dato la mia parte di paradiso, per possedere un flauto con tutte quelle chiavi lucenti.
«Una sera, ero alla mia decima lezione sul ramo d’ippocastano, che sovrastava al sentiero sabbioso del giardino, quando il marchesino, irritato da un esercizio che assolutamente non gli riesciva, dopo averlo ripetuto tre o quattro volte, si mise a picchiare i piedi, a gesticolare, come dichiarando che non voleva più saperne.
«Io udiva soltanto la voce stizzosa; non ero abbastanza vicino per capir le parole.
Ad un tratto buttò il flauto sul leggìo, ed andò a sedere sul solito divano, nascondendo il volto nei cuscini, e facendo spalluccie dispettosamente.
«Il maestro, paziente come un santo, prese lo strumento, ed andò accanto all’allievo, accarezzandogli le spalle, e parlandogli con tono persuasivo.
«Allora il marchesino alzò il volto rosso dall’ira, afferrò il flauto, e, strappandolo con mal garbo dalle mani del maestro, corse alla finestra e lo scaraventò giù gridando:
— «Va’ al diavolo! Non sonerò mai più!
«Al rumore secco del flauto caduto sulla sabbia, seguì un altro rumore sordo, come un tonfo.
«Ecco che cos’era accaduto: