«Ma il marchesino insisteva a volermi regalare il suo flauto; forse per liberarsene. Il maestro si offriva di darmi lezione per nulla; il marchese protestava che lo pagherebbe lui, ed allora mio padre disse:

— «No, no. Se mio figlio deve prendere queste lezioni, voglio pagarle io. Me le metta meno che può, maestro, perchè sono un povero farmacista... Ma voglio pagarle.

«Ed infatti, appena la mia gamba fu guarita, ci mettemmo, il maestro ed io, con uno zelo, un ardore straordinario, a sviluppare il mio genio musicale.

«Ma, pur troppo, quel genio non c’era. Il mio amore per l’arte, era un amore non corrisposto.

«Dopo aver soffiato dei mesi nel flauto del marchesino, non avevo fatto più progressi di lui. Il maestro, mortificato del granchio che aveva preso, e troppo coscienzioso per continuare a farsi pagare delle lezioni inutili, si licenziò con bel garbo, consigliandomi di tornare alla farmacia.

«Ed io, ostinandomi a consacrare al flauto tutte le ore che avevo libere, mettendoci tutto l’entusiasmo che avevo in cuore per la musica, riescii a stento a sonare, con qualche stonatura, la canzone piagnucolosa del vecchio Lavatelli, e, più tardi, la Marsigliese.

Come il nonno imparò a farsi la barba

Quando il nonno usciva dalla sua camera dopo essersi fatta la barba, aveva sempre sulle guancie, sul mento, sotto il naso, da una parte o dall’altra del viso, qualche strisciolina di sangue, come un filo di seta rossa. E noi gridavamo:

— Oh, nonno! S’è tagliato?

Egli si stropicciava il viso con una mano, domandando: