— Dove?
E soltanto quando ritirava la mano, guardandola da lontano come fanno i presbiti, e la vedeva macchiata di sangue, diceva:
— Già! è vero.
A noi faceva una gran meraviglia che si tagliasse così senza sentir dolore. Dovevano essere delle ferite a fior di pelle; ed infatti si rimarginavano subito e non lasciavano traccia.
Però mio fratello rabbrividiva al vederle, e diceva:
— Io, quando avrò la barba, me la farò fare dal barbiere; da un buon barbiere.
Questa, d’avere la barba e di farsela fare, era una manìa, che aveva invaso Mario appena s’era messo gli abiti da uomo, a dieci anni; ed erano circa sei anni che vagheggiava quell’ideale, e faceva, con le dita al di sopra della bocca, l’atto d’aricciarsi dei baffi immaginari.
Finalmente, verso il diciassettesimo anno, cominciò a spuntargli una peluria bruna al di sopra del labbro superiore, una sfumatura, della quale egli andava oltremodo superbo.
Ma era proprio il caso di dire: «Non c’è rosa senza spine.»
Mentre il suo labbro si ornava di quella peluria fitta, morbida, gentile, sul mento gli spuntavano qua e là certi peli isolati, duri come setole; vere spine, che gli amareggiavano di molto la sua gioia.