Avevamo una serva, che aveva varcato il passo doloroso della cinquantina, e che, appunto, aveva il mento deturpato da quelle setole. Le tagliava con le forbici, ma questo non faceva che renderle più dure e più buffe.

Mio fratello era mortificatissimo di quella comunanza di sventura con la Maddalena. Si era aspettato ben altre glorie dalla sua barba, e quell’esordio infelice era un vero disinganno per lui.

Un giorno venne a pranzo col mento liscio come noi. Non aveva più neppure una setola.

Lo guardammo stupefatte, poi la Giuseppina gli accarezzò il mento con una mano, e disse:

— Un velluto addirittura!

Io gridai:

— E le setole? Le hai tagliate con le forbici! Confessa! Come la Maddalena!

Mario era molto indispettito; scrollava le spalle per respingerci con lo stesso garbo che usano i ciuchi per respingere le mosche, e mangiava, col naso nel piatto, per non risponderci.

La Giuseppina gli diede una gomitata e disse:

— Via, rispondi, ghiottone! Che cosa ne hai fatto «dell’onor del mento» che non pungi più come una spazzola?