«Da quel giorno cominciai a farmi la barba da me. Non ci ho attitudine; riesco male; mi tagliuzzo tutto il volto. Ma non ho più potuto vincere quella prima avversione che m’hanno inspirata le botteghe de’ barbieri, sebbene la palla sia passata di moda da un pezzo.
Come il nonno non si vestì di nuovo
Altre volte, nelle scuole, anche civiche e governative, gli esami alla fine dell’anno scolastico si facevano in pubblico, alla presenza del sindaco, del prefetto, e di tutte le autorità cittadine.
Specialmente nelle scuole femminili, gli esami erano una pompa, e vi si faceva più mostra di vanità che di sapere. Le interrogazioni e gli esperimenti erano combinati in modo da far figurare le allieve migliori, e da lasciare nell’ombra le mediocri.
Ogni insegnante chiamava quella che sapeva meglio istruita nella sua specialità, e pregava qualche personaggio autorevole d’interrogarla.
Ed il pubblico, dopo aver uditi tre o quattro pappagallini ammaestrati ripetere le gesta di qualche eroe più o meno leggendario, enumerare dei fiumi e dei monti, e delle città capitali, eseguire qualche operazione aritmetica irta di moltiplicazioni e di segni difficili a capire, rimaneva sbalordito di tanta scienza.
Era buono, e facile di contentatura il povero pubblico.
Bisognava sentire, che sorta di pillole gli si facevano ingoiare, coi nostri componimenti letterari, declamatorii, gonfi, ridicolmente rettorici!
E bisognava vedere, come si commoveva, e si soffiava il naso, per nascondere l’inumidirsi ed il luccicare degli occhi!
Rammento ancora una lettera sul tema: «Rimproverare ad una compagna la sua cattiva condotta in iscuola, e darle dei buoni consigli.»