Io scrissi una specie di predica terribile, in cui parlavo di onore e di disonore, di giustizia, umana e divina, di maledizioni paterne, di rimorsi al letto di morte, d’ogni sorta d’orrori; per poi stemperarmi, nella seconda parte, in una gran tenerezza di pentimenti, d’espiazione, di ravvedimento, di riabilitazione, di virtù ideali ed inverosimili, di morte rassegnata del giusto, di gioie mistiche ed eterne in un mondo migliore.

Tagliata in due, avrebbe potuto essere una requisitoria contro un malfattore della peggiore specie, ed una predica del padre confortatore ad un condannato a morte.

Meritavo io, una condanna per quel delitto letterario.

Ma il pubblico ne fu commosso fin nelle viscere, non seppe frenare gli applausi, sebbene fossero proibiti, e, finiti gli esami, una signora anonima mi mandò a regalare dalla cameriera un astuccio, con un finimento da lavoro in argento.

Era naturale che una delle cose a cui più si badasse in quegli esami d’apparato, fosse il vestito. Era una gara di eleganza.

Noi avevamo un vestitino di mussola bianco, che ogni anno, in quella circostanza, si rimetteva a nuovo, ben lavato, insaldato, teso e scricchiolante come un vestito di carta.

Ne andavamo superbe; tanto più, che vi si aggiungeva una cintura di velluto nero, legata dietro la vita con un fiocco smisurato, i cui capi ci sbatacchiavano sulla schiena e sui fianchi, come le ale d’un grande corvo, che ci avesse affondato il becco nelle reni e ci succhiasse il sangue.

Queste cose mostruose, le dico ora, volgendo uno sguardo retrospettivo a quell’abbigliatura, coll’occhio educato ai gusti moderni.

Ma allora, tanto io che mia sorella, la credevamo bellissima.

Furono le compagne ricche ed eleganti che scossero la nostra fede beata.