Quell’anno era di moda un certo colorino roseo, cangiante, con dei riflessi argentei, che si chiamava «nuage d’aurore» (nube d’aurora).
Quelle signorine si erano fatto un abito del colore di moda per portarlo agli esami, e ne parlavano continuamente in iscuola.
Un giorno una di loro, dopo aver fatto una descrizione pomposa del suo bell’abito, si rivolse a noi, e disse con disprezzo:
— «Voialtre già, ricomparirete col solito abito di carta, e l’avoltoio nella schiena!
Di carta! L’avoltoio!
Vidi mia sorella farsi pallida, mentre sentivo una vampa di rossore salirmi al volto; ed il cuore si mise a saltarmi nel petto come un passero in gabbia.
Quella critica ci giungeva nuova, inaspettata. Eppure la nostra vanità intuì subito che la mussolina insaldata e la cintura nera di velluto avevano inspirato l’umorismo crudele di quella ragazza.
Intesi pure che quella burla non era nata allora, e che doveva averci circolato intorno negli anni precedenti, mentre noi ci pavoneggiavamo beatamente, nella nostra abbigliatura di gala.
Fu una spina che ci si pose nel cuore; e ne soffrimmo, come, più tardi, quando l’esperienza ci ha dimostrato che queste contrarietà sono meschine e ridicole, si soffre per contrarietà più vere e gravi.
Pel nostro mondo piccino e per la nostra piccola età, quell’idea di ricomparire vestite male, all’antica, in mezzo alle ragazze eleganti, era una grande umiliazione.