«Infatti, dopo quel guadagno, compresi l’utilità dei bachi, e li coltivai con maggior cura, specialmente l’ospedale.
«Dopo un paio d’anni cedetti l’ospedale ai miei fratelli, ed io ebbi un bel pizzico di seme, ed allevai la mia piccola partita speciale di bachi buoni.
«Il denaro andò aumentando. Quando se ne parlava, la mamma diceva che servirebbe a vestirmi tutto di nuovo quando dovrei andare a Novara per studiare al liceo.
«Non si trattava di mettermi in gala, nè di farmi un vestito color nuage d’aurore, piuttosto che di un altro colore. Si trattava unicamente di vestirmi come vestivano i ragazzi di città, perchè a Ceràno io portava i calzoni di fustagno corti fino al ginocchio, delle grosse calze di cotone bigio, degli scarponi con la suola di legno, ed una cacciatora di fustagno come i calzoni.
«Tutto il costume dei contadini del basso Novarese, che a Novara mi avrebbe reso ridicolo. Per conseguenza, i miei genitori consideravano come una necessità il vestirmi di nuovo.
«L’ultimo anno mi dedicai con un ardore straordinario alla coltivazione de’ miei bachi; e, mentre mi arrampicavo sui palchi, pulivo le stoie, tagliavo la foglia, avevo sempre in mente i bei calzoni di panno turchino lunghi fin al collo del piede, gli scarpini, il gilè color nanchino ed il casacchino corto uguale ai calzoni, tutto l’abito cittadino che dovevo farmi per andare in città.
«Quell’anno il raccolto andò maluccio; ma c’era il denaro degli anni precedenti, e fra tutto faceva una bella somma. Circa dugentocinquanta lire.
«Bastava a farmi un bellissimo corredo.
«In principio d’ottobre, mio padre ebbe la nuova che il marito di sua sorella, medico condotto ad Oleggio, era gravemente ammalato.
«E tra il babbo e la mamma cominciarono a fare quei soliti discorsi crudeli, che si fanno sempre in simili circostanze, considerando già il povero malato come se non esistesse più, dandosi pensiero unicamente dei superstiti, e compiangendo loro soli, quasichè la vita di quell’uomo non avesse importanza, se non per l’utile che recava a quegli altri.