«Capii che parlavano con me. Tutti ridevano e si burlavano dei miei vestiti da contadino. Mi alzai rosso, rosso, per rispondere; ma mi ripugnava, davvero, mi ripugnava il vantarmi pubblicamente del poco bene che avevo fatto.

«In quel mentre entrò il professore di geografia, e tutti tacquero e tornarono ai loro posti. Ma dopo quella seconda lezione, appena il maestro aveva chiuso l’uscio dietro a sè, sentii qualche cosa di duro colpirmi alla nuca, mentre una voce gridava:

— «Eh! ortolano! Prendi il concime!

«Ed un altro:

— «Questo è buon letame, raccogli!

«E da destra, da sinistra, da tutte le parti mi piovevano addosso torsoli di mele, bucce, noccioli di frutta, vecchie croste di pane, pallottole di carta stropicciata bagnate nell’inchiostro, che mi colpivano nel volto, nel petto, sul dorso, e lasciavano la macchia.

«Mi alzai per parlare, ma una salva di fischi, di grida, di risate coprì la mia voce. Imitavano il muggito del bue, il raglio dell’asino, il gracidare delle galline, il canto del gallo; pareva d’essere in una fattoria.

«Allora, tutto fremente di sdegno, corsi fuori dalla scuola, ed appena giunto dalla vecchia parente dov’ero alloggiato, scrissi a mio padre tutta quella scena. Nella mia disperazione gli dicevo:

— «Bisogna fare qualunque sacrificio per vestirmi come gli altri, da cittadino; altrimenti sarà impossibile che io continui a studiare. Intanto sospendo d’andare al liceo.

«Mio padre rispose: