— «Se credevi l’opera buona che hai fatta, tanto facile e senza conseguenze per te, non meritavi l’ammirazione con cui l’accolsi. Dare il denaro dei tuoi abiti pel tuo povero zio morto, voleva dire rassegnarti a frequentare, per un tempo indeterminato, la scuola vestito da contadino, esporti a qualche burla, a qualche umiliazione. Abbi dunque il coraggio della tua buona azione. La vita ha ben altre lotte, ben altre contrarietà, e devi avvezzarti di buon’ora a sopportarle, se vuoi fare la tua strada nel mondo e diventare un uomo. Io non voglio intervenire in questa puerilità. Sbrigati come puoi, e sopratutto non lasciare lo studio, che è la parte seria della vita, per codeste suscettività d’amor proprio, che ne sono la parte ridicola.»

«Sulle prime quella lettera mi parve crudele ma, ripensandoci, compresi che era giusta nella sua severità. E tornai al liceo, e sopportai con dignità le insolenze de’ miei compagni, rispondendo appena con qualche scappellotto ai tentativi più violenti.

«Così si avvezzarono a vedermi vestito da contadino, e, a misura che mi facevo onore negli studi, s’avvezzarono anche a rispettarmi. S’avvezzarono tanto bene, che quando, dopo sei mesi, mio padre mi regalò un bel vestito da città, al primo vedermi vestito così, i più grulli cominciarono a burlarmi di nuovo. Ma i loro scherzi non furono secondati, perchè la maggioranza aveva imparato a giudicarmi più seriamente.»

Eravamo un po’ commosse, ma non tanto da aver completamente dimenticate le occhiate ironiche e le risate di scherno delle compagne eleganti.

Io risposi, esitando un poco, ma facendomi coraggio:

— «Ma noi non abbiamo nessuna bella azione da raccontare, per giustificare il nostro vestito vecchio.

Il nonno, col volto, non più conciliante, ma serio serio, rispose:

— «Fra tutte le belle azioni, la più bella è fare il proprio dovere. Il vostro dovere è di accettare la situazione che Dio ha fatta al vostro nonno ed a voi. Non siamo ricchi; dobbiamo accontentarci, io di non farvi un abito nuovo, voi di non portarlo. Ho una gran paura che nelle vostre testoline sia entrata tanta vanità, da farvi parere un sacrificio, un atto eroico addirittura, il confessare la vostra condizione modesta. Ebbene, confessatela, e se vi costerà molto, avrete una buona azione da raccontare, una vittoria riportata sulla vostra vanità. E vi farà del bene.

Non confessammo nulla. Non eravamo abbastanza dignitose e forti per farlo. Ma l’abito di carta coll’avoltoio nella schiena, ricomparendo ancora, confessarono per noi. Però quel giorno osservammo che erano molte le compagne che portavano gli abiti degli anni precedenti, ed il gruppo delle eleganti era così piccino, che ci accorgemmo d’averne esagerata l’importanza. Tutte le più brave erano vestite modestamente; ed anche noi facemmo un bell’esame. E ne avemmo una soddisfazione, che il bel vestito non ci avrebbe dato di certo. Dopo l’esame la Giuseppina mi disse, un po’ tardi, ma meglio che mai:

— Sono contenta ora, che non abbiamo fatto fare un sacrificio al nonno per vestirci.