Come il nonno troncò una serie di rappresentazioni
Passati gli anni di collegio e di scuola, e finiti gli studi, la nostra vita da signorine di provincia cominciò ad essere assai monotona.
Non si doveva più pensare ad altro che a diventare donne di casa, buone massaie. L’ordine della casa, il bucato, la cucina, dovevano occuparci interamente. Se ci veniva in mente di cominciare un ricamo, il nonno, che badava all’igiene, diceva che quel lavoro sedentario e fine nuoceva alla salute e sciupava la vista.
Se poi ci mettevamo a leggere, le zie esclamavano spaurite:
— Per carità! Che non avessero a credervi dottoresse!
Erano persuase che tutti i guai, tutte le miserie dell’umanità, derivassero dalla lettura, specialmente per le donne; e dicevano, con un risentimento pieno di convinzione:
— Ah! quei maledetti libri!
Tanto, che noi si pensava sovente, perchè ci avessero fatto imparare a leggere.
Ma doveva essere per abilitarci a leggere «La cuoca piemontese» il solo libro che trovasse grazia agli occhi delle zie.
Si doveva fare, noi due ragazze, una settimana ciascuna alternandoci in cucina, cercando di mettere in pratica gli insegnamenti di quel ricettario.