Il nonno però, che era condannato a mangiare i prodotti dei nostri esperimenti, non aveva lo stesso ardore delle zie, nello spingerci a fare da cuoche; e preferiva che ci occupassimo della «tenuta dei libri di casa» come diceva pomposamente. In realtà si trattava di notare le spese giornaliere; ce lo faceva fare in francese per tenerci in esercizio.
Era un esercizio assai limitato, «Lait, pain, sel, ris, beurre, poulet, viande, fromage...» un centinaio, mettiamo anche dugento parole di questo genere, che si ripetevano ogni giorno con una monotonia desolante. Metteva proprio conto d’avere imparata una lingua per questo!
Intanto la nostra piccola famiglia, composta di noi due ragazze, del nonno, e di nostro fratello, non ci dava da fare abbastanza per occuparci tutto il giorno. Avevamo una donna di servizio laboriosissima, a cui la nostra presenza in cucina dava noia, e che stirava mezzo bucato, nel tempo che noi si stirava una camicia.
Per conseguenza le giornate erano molto lunghe per le nostre occupazioni da massaie, e ci lasciavano molto tempo da fantasticare, mentre lavoravamo meccanicamente di cucito, sole, perchè le zie venivano spesso a vederci e ci accompagnavano fuori, ma non abitavano con noi.
L’argomento sul quale si fantasticava più volentieri, era, naturalmente, la nostra propria sorte. Ci domandavamo l’una all’altra:
— È questa la gioventù allegra, la gioventù serena, felice, piena d’illusioni, di poesia; la bella gioventù, che dura appena una quinta parte della vita, e che si continua a rimpiangere per gli altri quattro quinti, inconsolabilmente?
Domandavo a mia sorella:
— Sei felice d’avere diciassett’anni?
E lei mi rispondeva:
— E tu sei felice d’essere quel personaggio ideale, l’incarnazione della gioia e del sorriso, «la giovinetta trilustre?»