E tutte e due concludevamo:
— Era più bello esser bimbe. Ci si divertiva di più.
Ed infatti, in quei due anni, i nostri divertimenti erano stati scarsi. Eravamo state una volta ogni carnevale al teatro di musica, con un vecchio fratellastro del nonno, che chiamavamo zio, e con una sua figlia, un po’ troppo matura, che chiamavamo cugina.
Lei si metteva in gran gala: abiti di tulle scolacciati, nastri, fiori, trine. Noi portavamo il nostro vestito da estate più bello, che era sempre brutto accanto a quegli abiti da sera. La cugina si faceva dare del tu da noi, per ringiovanirsi; ma ci metteva una gran soggezione.
Entrando nel palco si fermava subito allo specchio, e si accomodava lungamente l’acconciatura, ingombrando tutto lo stretto spazio, senza badare che noi si rimaneva sull’uscio.
Poi andava a sedere al posto migliore, dove c’era un guancialone sulla poltrona, in modo che lei rimaneva in alto, con tutta la vita sporgente dal parapetto.
Mia sorella, che sedeva in faccia a lei, senza guanciale, sembrava piccina piccina, e non figurava punto. Quanto a me, ero condannata alla tortura del panchettino, sul quale si vedeva sorgere la mia vita di lana colorata, fra i rigonfi della gonna bianca leggiera di mia cugina, che si stendeva pomposamente sulle mie ginocchia.
Lei, che andava sovente al teatro, conosceva la musica, le belle signore dei palchi, i bei giovinotti, e salutava, graziosa, chinando il capo ed il ventaglio.
Noi, che si stava sempre in casa e solitarie, nessuno ci salutava; ci sentivamo fuori di posto, come due campagnole.
E quel secondo anno, il giorno dopo quella serata memorabile, quando il nonno ci domandò se ci eravamo divertite, cominciammo a gemere le nostre lagnanze.