La Giuseppina disse:
— Come vuole che ci si diverta, nonno, andando al teatro una volta all’anno? Non si conosce nessuno...
Ed io, che rammentavo quelle ore passate appollaiata sul disgraziato panchettino, col capo teso innanzi fra mia cugina e mia sorella, e la persona indietro per non schiacciare i rigonfi leggeri che avevo in grembo, esclamai con premura:
— Ed in tre in un palco! Sembravamo tre galline in una stia...
Il nonno agitò le mani in alto con le dita aperte in atto di scandalo e di stupefazione, ed esclamò:
— Oh! che gioventù! che gioventù! Ma non sapete prendere i divertimenti come vengono, senza amareggiarveli con l’amor proprio, con le aspirazioni della vanità? Ci vuole il racconto, ho capito.
E cominciò uno dei soliti racconti.
«La Giovannina, alla vostra età, e anche molto dopo, non aveva mai veduto un teatro. Perchè ai nostri tempi — parlo del principio di questo secolo — la società aristocratica si spassava quanto adesso e forse più, faceva una vita dissipata, vestiva con molto cattivo gusto, ma con uno sfarzo maggiore d’adesso. Ma le famiglie della borghesìa menavano vita affatto casalinga, e non avevano la pretesa di rivaleggiare coi signori. I nostri divertimenti ce li pigliavamo fra noi, modestamente, e sapevamo contentarcene, per meschini che fossero.
«La Giovannina abitava allora in piazza del Rosario, ed aveva un gran balcone al primo piano.
«Fino a diciotto anni, dunque, non aveva mai veduto un teatro; quando verso la fine d’ottobre capitò a Novara un burattinaio, ed una bella sera si vide comparire sulla piazza del Rosario, e proprio dirimpetto al balcone della zia, la baracca dei burattini.