«La famiglia che dava il ballo possedeva un salottino, ma piccolo, appartato, che non si prestava ai ricevimenti un po’ numerosi, e stava quasi sempre chiuso e buio.

«Invece avevano una bella cucina, vasta, quadrata, colle pareti bianche ed i fornelli di mattoni rossi.

«Si toglieva la tavola di mezzo, si stendeva un lenzuolo sopra una parete per nascondere il rame, si annaffiava il pavimento di mattoni con acqua insaponata, e si ballava in cucina.

«Per musica c’era un organetto, per rinfreschi il secchio dell’acqua con il rispettivo ramaiuolo, per illuminazione due lampade ad olio sul camino, e due candele sui fornelli.

«Però, nel fare gl’inviti, la padrona di casa aveva detto, come dissero le Righi a voi, di vestirci di chiaro, per dare alla serata un’aria più gaia.

«Allora si usavano gli abiti scollati, con le maniche corte e rigonfie, con la vita cortissima, e la gonnella stretta alla persona tanto da disegnarne le forme, e lunga appena fino alla caviglia; tutto il piede rimaneva scoperto; si portavano scarpe scollate e calze bianche a trafori.

«Io aveva un abito di mussola bianca; una stoffa che cominciava appena a comparire e costava più cara della seta. Era un regalo che m’aveva mandato da Parigi una signora, alla quale mio padre aveva prestato i suoi servigi come medico, durante un suo viaggio in Italia. Era un vestito di lusso per me.

«Andai dunque alla prima festa con quell’abito. Il nonno vi disse, come, senza maestro, avessi imparato a ballare assai bene. Non si ballavano le polke ed i walzer, che ballate ora; si ballava la contraddanza, la monaco, balli eleganti in cui le abbigliature figuravano meglio e si sciupavano meno che nei balli d’adesso. Ora, con quei giri violenti che fate, strette strette contro il ballerino vestito di nero come un notaio, ed in mezzo al turbinìo di molte altre copie, che girano urtandovi e calpestando gli strascichi, le eleganze del vestire sfuggono.

«Allora anche gli uomini portavano dei calzoni chiari, delle giacchette corte color grigio di sorcio o verdolino. Ma questo non importa. Io mi avvidi d’aver fatto una bellissima figura col mio vestito bianco, e tornando a casa mi promettevo una serie di trionfi identici. Andrea, che ci accompagnò a casa, io e la mamma, perchè mio padre, occupato de’ suoi ammalati, non aveva potuto venire, ci assicurò che in quella casa si sarebbe ballato ancora quattro volte nel corso del carnevale.

«La mamma aveva osservato l’assiduità d’Andrea a ballare con me, e se ne rallegrò più volte parlandone col babbo a tavola. Io me ne rallegrai senza parlarne.