«Alla seconda festa, due signorine che mettevano tutta la loro ambizione nel vestire con grande eleganza, comparvero con un abito differente dal primo. Un abito d’un turchino brillante, che era di moda quell’anno e si chiamava celeste Maria Luigia.

«Tutto le signore le complimentarono per quel vestito; gli uomini si affollarono intorno a loro, leticando per essere i primi a farle ballare, ed io fui assai meno ammirata della prima volta; ballai quasi sempre con Andrea, che non dovette leticare con nessuno per avermi.

«Quella sera, al ritorno, ero assai meno contenta; e, quando la mamma parlava dell’assiduità di mio cugino, e ci fondava sopra i suoi disegni d’avvenire, io, invece di rallegrarmene, mi sentivo mortificata, e pensavo che, se non m’avesse fatta ballar lui, sarei rimasta seduta; e che certo lui mi aveva compianta per quell’abbandono.

«Ero troppo orgogliosa per rassegnarmi ad essere compianta, e mi proposi di non andare ad un terzo ballo con lo stesso vestito. La mia preziosa mussolina bianca mi era doventata odiosa.

«Tuttavia, sapevo che mio padre non era ricco, e che lavorava per mantenere la famiglia, e non mi passò neppure per la mente di domandare un vestito nuovo. Ero molto laboriosa ed ingegnosa, e mi venne l’idea di trasformare il mio vestito bianco in un vestito celeste. A questo la mia mamma si oppose un pochino dapprincipio, perchè dubitava della riescita, ma poi consentì, e mi lasciò fare.

«A forza di bagnarla in un’acqua con molto turchinetto, mi riescì di dare alla mussolina un color celeste, meno bello di quello Maria Luigia, ma abbastanza grazioso; e quando l’ebbi stirato e rimesso a nuovo, il mio vestito stava molto bene; ed alla terza festa fui ammirata e ricercata come alla prima.

«Allora, invece di badare alla maggioranza delle signorine, che venivano con la stessa abbigliatura della prima sera, e si divertivano con semplicità, come conveniva ad un modesto ballo di giovinette, e quando non erano ricercate dai ballerini, ballavano tra loro, mi rallegrai del mio trionfo, mi compiacqui di poter compiangere Andrea, perchè, circondata com’ero, avevo potuto ballare ben poco con lui, e mi parve che questo dovesse darmi maggior valore ai suoi occhi, e che se non mi fossi mantenuta a quel grado di eleganza, sarei decaduta nella sua considerazione.

«Pensai dunque al modo di cambiare ancora abbigliatura per la prossima festa, e, dopo quel primo risultato, mi attenni al primo sistema, della tintura. Lavai io stessa il mio vestito; feci bollire una quantità di spinacci, ed in quell’acqua verdognola che lasciarono, immersi il vestito bianco.

«Avevo pensato di dargli quel certo color verdolino che si usava per le giacchette degli uomini, e che si chiamava, poco elegantemente, caca d’oie.

«E la cosa mi riescì a meraviglia. Quando il vestito fu stirato, ed il volante pieghettato fu rimesso in fondo alla gonnella, mia madre mi fece delle lodi per la mia abilità. Mi diceva: