Santa Lucia
Richiamo un ricordo molto, molto lontano. Forse il più lontano; forse la prima delle storie del nonno, che io abbia capita, e che mi sia rimasta in mente.
Era un inverno rigido.
Sento ancora l’impressione assiderante che provavo uscendo di casa il mattino alle otto per andare alla scuola; sento il soffio d’aria diaccia che mi entrava nel collo, e mi faceva l’effetto di una doccia.
Nella mia piccola città di provincia, a Novara, non c’erano, come nelle grandi città, gli omnibus che abbreviassero le strade. Bisognava andar sempre a piedi, a meno d’esser signori da carrozza; e questo non era il caso mio.
Mia sorella era in collegio; c’era entrata appunto quell’anno.
Mio fratello frequentava, come me, le scuole elementari municipali; ma le sue, le maschili; erano da un’altra parte.
Andavo dunque alla scuola sola, accompagnata dalla cuoca, che era la nostra unica persona di servizio; una vecchia taciturna.
Tutta la strada, non avendo con chi distrarmi a parlare, a fare il chiasso, pensavo al freddo; e sebbene avessi il mantellino, mi pareva di gelare.
C’erano due sorelle, figlie d’una famiglia della borghesia ricca, che venivano alla scuola con un gran goletto di pelo d’ermellino. Lo si vedeva biancheggiare da lontano, e formava l’ammirazione di tutta la scolaresca, dalla prima alla quarta elementare.