«Quella riflessione aggiunse una puntura di amor proprio al dispiacere che provavo già. Pensai ai commenti delle mie amiche e dei nostri conoscenti, i quali avevano indovinato di certo i nostri disegni su Andrea, che noi non ci davamo molta briga di nascondere.

«Dopo un tratto sentii tornare la mamma, che disse subito con un po’ di risentimento:

« — Mia cara; non è il caso di piangere, ma di picchiarsi il petto e dire mea culpa. Sai perchè ha smessa l’idea di sposarti? E l’aveva, sai? me l’ha detto. Per i tuoi tre vestiti, cioè per i tre colori del tuo vestito di questo carnovale. Dice che hai dimostrato un’ambizione che lui non sarebbe in grado di soddisfare; e, per quanto cercassi di fargli capire che non si è speso nulla per quei vestiti, che anzi sei stata industriosa, ed hai saputo figurare bene con poco, non volle saperne. Mi rispose:

— «Quella è un’industria pericolosa, zia. Per me, che si sia speso o no, non cambia nulla alla cosa. Ho veduto che mia cugina ama la società e l’eleganza del vestire; e questo è contrario ai miei gusti ed ai miei principii. Ho sempre pensato di trovarmi una moglie che si contenti dello stato in cui l’avrò posta, non per far atto di doverosa rassegnazione, ma spontaneamente, per modestia di carattere, per semplicità di gusti. Invece ho veduto che i gusti della Giovannina sono differenti. Si compiaceva di essere elegante, o di parere, che per me è la stessa cosa; si compiaceva d’essere ammirata, corteggiata. Il vivere senza queste soddisfazioni le costerebbe un sacrificio, un atto d’abnegazione, che farebbe forse volentieri per me, ma che sarebbe sempre sacrificio ed abnegazione. E questo io non lo voglio, perchè fa fare a me la parte del tiranno, ed espone lei al rischio di pentirsi più tardi. Dal canto mio non potrei mai rassegnarmi a quella vita esteriore e leggiera, e se volessi farlo per lei, anch’io m’imporrei un sacrificio, e correrei il rischio di pentirmene. Alla nostra età la vita può essere ancora molto lunga, e non bisogna esporsi al pericolo di renderla infelice all’uno e all’altra. La Giovannina troverà facilmente un giovane meno orso di me, il quale sarà felice di avere una moglie, che fa bella figura in società, che si fa ammirare; e si sposeranno, e, non dovendo nessuno dei due far violenza ai proprii gusti, andranno perfettamente d’accordo. E quanto a me, se più tardi, molto più tardi, mi stancherò d’esser solo, farò lo stesso anch’io; cercherò una giovane che si diverta semplicemente, modesta come me, e che non debba imporsi nessun sacrificio per accettare la situazione che potrò offrirle.»

················

La signora Giovannina stette un tratto pensosa, e sospirò come se rimpiangesse ancora dopo cinquant’anni, quel buon matrimonio andato a monte. E forse lo rimpiangeva davvero, perchè la sua vita doveva essere stata molto arida e triste.

La Giuseppina osservò:

— Però, quella volta, il nonno è stato cattivo. L’ha punita troppo severamente.

La signora Giovannina si scrollò tutta con grande energia, e rispose:

— Ma no, ma no! Lui non l’ha fatto per punirmi, nè per atteggiarsi a giudice. Ha dovuto sopportare anche lui le conseguenze di un errore della mia educazione. I miei genitori erano stati deboli, per cieco affetto, e non mi avevano corretta a tempo della mia vanità; io, giunta ad una età ragionevole, invece di considerare il male che poteva farmi quella tendenza, creandomi dei gusti e dei bisogni non adatti al mio stato, assecondai la mia inclinazione, e, realmente, se allora avessi sposato Andrea, sarei stata infelice di non poter più sfoggiare dei bei vestiti, e di non essere ammirata e complimentata in società. E la mia infelicità avrebbe reso infelice lui. Fu una disgrazia per me, ma lui ebbe ragione di non sposarmi. E, vedete, nessun altro mi domandò. Rimasi zitellona. Forse appunto perchè tutti mi trovarono molto vana, per una giovane della mia condizione.