Come mai era poi andato a scegliere quella sposa disgraziata?
Ci pensammo tanto, che alla fine, non potendo più frenare la curiosità, domandammo alla signora Giovannina com’era andata quella cosa strana.
Era un pomeriggio d’estate quando le facemmo quella domanda.
Eravamo tutte e tre alla cascina del nonno, che noi ragazze chiamavamo per affettazione «la villa» quando però il nonno non udiva.
Si stava sedute sopra una panca di legno, addossata al muro esterno della casa civile, la quale era poco più civile di quella rustica.
Dinanzi a noi si stendeva una striscia di terreno lunga e stretta come una strada maestra, tagliata fuori dalle praterie e dagli orti, e fiancheggiata da due viali.
In quella striscia crescevano alla rinfusa delle dalie d’ogni colore, delle ortensie, dei gigli, delle peonie, fiori ed arbusti comunissimi, che costituivano tutte le bellezze del nostro giardino.
I viali laterali erano fiancheggiati da piante di calicanto, di persicaria, che il nonno chiamava sempre polygonum persicario in memoria della cattedra di botanica che aveva occupato per molti anni, di lilla e di altri alberi ed arboscelli fioriti, che chiudevano il giardino come in una fitta siepe, separandolo dal resto del fondo.
Nel viale di destra vedevamo il nonno, con una vecchia giubba nera, ed un vecchio cappello a tuba grigio, avanzi della sua guardaroba di città, che egli faceva servire come costume di campagna, per misura d’economia.
Camminava lentamente, allontanandosi da noi, colle mani dietro la schiena, e con in mano il falcetto che luccicava al sole.