— Sissignora, è entrato or ora. È in sala da pranzo. Debbo chiamarlo?

— No, andiamo noi a raggiungerlo.

— Ecco mio marito — disse la signora Zeta entrando nella sala da pranzo, e presentando un giovane piccoletto, biondino, mingherlino ed azzimato. E rivolgendosi a lui proseguì:

— Ti procuro la fortuna d'accompagnare la signora Icchese fino a casa sua. Bada che è un'impresa cavalleresca. Si tratta di proteggerla contro un mascalzone che ha la villania di seguirla in istrada.

Il marito s'inchinò muto e confuso..... a tanto onore. La signora Icchese si fece rossa d'indignazione.

Quel marito, quel cavaliere cortese, quel paladino che doveva difenderla contro il galante malcreato, era lo stesso galante, lo stesso malcreato.

— E stia di buon animo, che con Giorgio è ben raccomandata. — Disse la signora Zeta salutando l'amica.

Fede di moglie!

Il cavaliere non osava parlare; ma la signora non gli si mostrò sdegnata. Anzi, dopo il primo momento di sorpresa, parve mettersi di buon umore. Appiccò discorso sul tempo e sul ballo nuovo della Scala. Non gli fece più il viso serio delle altre volte. Che! gli sorrideva mostrando certi dentini...

— Sarebbe possibile che il sapermi marito di mia moglie l'avesse persuasa... Mi sembra strano! — Pensava il signor Zeta — Eppure sì. Sorride con civetteria; mi guarda furtiva... Oh le donne! Le amicizie delle signore!