Mi trovai sola in faccia alla mia vita di lavoro inglorioso, con tre compagni tristi: l'isolamento, la miseria, la vergogna.
Malgrado tutto, mi durò un pezzo in cuore l'amore, e passai le lunghe notti in veglie e rimpianti; perchè la passione non ragiona.
Ma anch'essa deve pur nutrirsi di qualche cosa. — Ed io non avevo nulla. Non ricevevo notizie nè dirette, nè indirette; non lo vedevo più; non sapevo neppure dove fosse. A poco a poco le preoccupazioni aride del pane quotidiano, i bisogni materiali ed imperiosi della vita, soffocarono la passione, mi assorbirono tutta.
Ero triste, uggita. Non avevo a chi confidarmi. Avrei voluto ad ogni costo uscire da quelle angustie; ma non osavo scrivere alla mamma che la mia ambizione era stata illusoria, che tutte le mie belle speranze m'avevano condotta a quegli estremi. Il posto di maestra era occupato; e poi io avevo lasciato andare gli studi per buttarmi al telegrafo, e non avevo diploma. — Avrei dovuto tornare in famiglia senza guadagnar nulla. — Mi vergognavo. Preferivo soffrire, vivere di ripieghi, fare qualche debituccio, ma lasciar ignorare alla mamma i miei guai, e salvare le apparenze.
Tirai avanti così quasi un anno. — Ero scoraggiata, delusa; non avevo più nè fede nè amori; ero stanca; mi pareva d'essere vecchia.
III.
Era la fine d'ottobre. Tornava a venire l'inverno tanto difficile per me.
Ero infreddata; da alcuni giorni una febbriciattola importuna mi rendeva gravoso il lavoro, e pensavo con terrore che potrei ammalarmi, esser costretta a stare in casa, a letto, ed a chiamare il medico, a comperar medicine.... Come fare?
Era finito da poco il pranzo. Io m'ero accostata alla finestra, e stavo là colla fronte contro il cristallo e l'occhio fisso nell'aria buia, pensando vagamente che tornando nella mia stanza avrei freddo.