Voltò strada subito, e ci ritirammo. Ma la mia casa non mi parve più quel dolce nido di pace; la mia felicità era svanita; avevo lo sgomento nel cuore.
Quel giovane che m'era passato accanto era Edmondo.
Neppure le cure amorevoli di Marco valsero a calmare la febbre d'angoscia che mi agitava tutta.
Era stata come una visione di malaugurio. Sentivo che non poteva finire così; conoscevo quel carattere tempestoso, imperioso, e sapevo che la mia pace sarebbe perduta, che il mio bel nome di moglie non potrei più portarlo con quella dignità che mi riconciliava col passato. Guardavo la cara figura nobile di Marco, e pensavo:
— Ecco; io ho portato la tempesta nella sua vita, la vergogna sul suo nome; egli mi ha fatto tanto bene, ed io l'ho ingannato. Domani, doman l'altro, incontrerà per via qualcuno che gli dirà:
— Guarda; quel giovinotto là, era l'amante di tua moglie.
Avrei dato la mia vita avvenire, avrei dato persino il mio bell'anno di nozze, perchè quella lettera perduta fosse giunta a suo tempo al mio sposo; perchè mi avesse perdonata, o anche abbandonata, ma non fosse stato ingannato lui.
Le mie previsioni sì avverarono. Quell'incontro fu il principio d'una serie di dolori e di vergogne.
Il giorno dopo ricevetti una lettera da Edmondo. — Mi aveva seguita, conosceva il mio nuovo nome ed il mio indirizzo.
Suo padre era morto, ed egli era tornato libero e ricco per sposarmi. Non gli era riescito di trovarmi: erano molti giorni che mi andava cercando affannosamente, ed il suo amore s'accresceva in quelle ansietà. Finalmente m'aveva scoperta, ed al tempo stesso aveva scoperto che l'avevo dimenticato, che avevo sposato un altro.