Non so quali speranze insensate lo esaltassero ancora. Credeva forse che, a forza di rivederlo tornerei ad amarlo; o credeva di compromettermi con quegli incontri imprudenti, e di farmi scacciare dal marito senza scendere lui stesso all'odiosità d'una delazione.
Ed io tornai alla mia casa con quel coltello alla gola; a qualunque ora, in qualunque momento potevo venir chiamata dal mio antico amante; ed avrei dovuto accorrere, o lasciarmi denunciare a mio marito che adoravo, che mi sembrava innalzarsi sempre più nella sua virtù alta e serena, a misura ch'io ridiscendevo nel fango.
VI.
Da quel momento vissi in continue angoscie; non osavo sostenere lo sguardo di mio marito; tremavo all'udire il campanello dell'anticamera; sorvegliavo l'arrivo della posta, e più d'una volta nascosi vergognosamente una lettera sotto gli occhi della cameriera, all'udire il passo di Marco.
Due, tre volte ancora, uscii ad ore insolite, giustificando quelle stranezze con una bugia, e corsi all'appuntamento forzato d'Edmondo, coll'anima straziata, come Ernani all'appello della tromba che lo chiamava alla morte.
Camminavo contro il muro come per nascondermi, avevo il volto coperto da un velo, ero pallida e tremavo: e gli uomini mi guardavano sogghignando, ed i monelli, che mi vedevano incontrare un giovane sui bastioni deserti, giravano intorno a noi scambiandosi grida e canzoni sfacciate.
E quando rientravo nella mia casa onesta mi pareva di profanarla; quando Marco mi parlava colla sua voce schietta, chinavo gli occhi e mi sentivo indegna di lui.
Che importava che non lo tradissi? Che importava che lo amassi, e gli fossi fedele, ed odiassi addirittura il suo rivale, e non gli permettessi neppure una parola che potesse offendere mio marito? — Le apparenze erano contro di me; agivo come non avrebbe agito nessuna donna rispettabile; se Marco mi avesse sorpresa a quegli appuntamenti, o chiunque altri m'avesse sorpresa invece di lui, avrebbe avuto diritto di giudicarmi colpevole. — Da un giorno all'altro potevo scontrarmi in una signora che sapesse le mie uscite misteriose, e mi rifiutasse il saluto.
Era una situazione insopportabile. Il mio carattere se ne risentiva; rimpiangevo ardentemente la mia felicità perduta. Mi pareva d'esser punita troppo severamente delle colpe passate, e mi ribellavo contro i rigori della giustizia. Sentirmi onesta e fedele, ed esser condannata ad apparire infedele e disonesta; era un supplizio atroce; e non vedevo alcuna via per uscirne; e non ero abbastanza colpevole per avere il coraggio di quelle viltà. Ogni giorno mi sentivo più abbattuta; lottavo tra l'ansia di ricuperare fin l'ultima lettera, e lo scoraggiamento che mi spingeva ad abbandonare quella partita tremenda.