Marco doveva accorgersi che qualche cosa di terribilmente penoso accadeva dentro di me. Mi guardava fissa coll'occhio melanconico, come per dirmi:
— Perchè? Perchè non hai più fiducia in me? Perchè mi sfuggi? Perchè soffri, e mi nascondi il tuo dolore?
Ed io sentivo che lo rendevo infelice, ed ero disperata. E forse l'indomani avei dovuto tornare laggiù ai commenti dei passeggieri, agli scherni dei monelli, alle preghiere oltraggiose d'Edmondo!
Venne un giorno in cui non mi sentii più forza per quella commedia crudele. La mia salute era gravemente alterata. Soffrivo un doppio martirio del corpo e dell'anima. La vita m'era diventata una tortura; non avevo più il coraggio di sopportarla. Ero disperata; la mia testa si esaltava; — decisi di morire. Ne domando perdono a Dio; non sapevo quello che facessi; ma decisi di morire.
Combinai freddamente il mio disegno — Avevo in casa una boccetta d'arsenica che m'aveva ordinato il medico poco dopo il mio matrimonio; le mie nuove speranze materne erano sopravvenute a farmi sospendere quella cura ed il rimediò pericoloso era rimasto là, dimenticato in un armadio, col suo conta-goccie accanto. Ce n'era abbastanza per uccidermi.
Pensai sospirando con che scrupolo Marco mi contava le goccie quando pigliavo quel veleno salutare; e come si opponeva severamente a lasciarmelo amministrare da chiunque altri; e con che ansietà interrogava il medico e me stessa. Ora la mia salute non m'importava più.
— Io non conterò le goccie, — pensavo — Lo prenderò tutto d'un fiato, e che Dio mi perdoni. Avrò finito di soffrire a questo modo.
Ma poi un'idea orrenda mi balenò alla mente. Mio figlio! Avrei avvelenato mio figlio; l'avrei ucciso con me!
Oh Dio! Anche quell'amore santo di madre doveva essermi uno strazio. — No. Qualunque cosa potesse accadere, non volevo mettere a pericolo l'esistenza di mio figlio, non volevo privare suo padre di quell'ultimo amore.
— Vivrò finchè sarà nato, — dissi. — Ma non vivrò fra le menzogne e gl'inganni.