Ero appunto in una convulsione di pianto, quando Marco aperse l'uscio. Singhiozzavo tanto, che non l'avevo udito venire. Non lo aspettavo così presto. M'ero figurata che pranzerebbe prima; ma non aveva pranzato; appena gli avevano detto che stavo troppo male per andare a tavola, era corso a vedermi.

— Maria! — esclamò sorpreso di trovarmi a quel modo.

Tutto il mio discorso mi sfuggì dalla mente come se ogni parola avesse poste le ali. — Capii alla prima che non potrei mai fare una confessione solenne, a periodi ordinati, come l'avevo immaginata. La realtà è tanto diversa dall'immaginazione. Tutte le esclamazioni enfatiche, le scene pittoresche dei drammi sono sogni da poeti. Nella vita reale le cose accadono in tutt'altro modo.

Però, anche rinunciando alla speranza di fare un bel discorso, mi rimase il proposito di confessare ad ogni modo, di uscire da quella ignobile pastoia d'inganni.

— Oh Marco! — singhiozzai. — Senti, ho una cosa da dirti.

— Di' su, cara. — Cosa vuoi? — Mi rispose dolcemente.

— È una cosa enorme, vergognosa — balbettai esitando e coprendomi il volto col fazzoletto.

Non rispose, ma mi prese una mano come per farmi coraggio. Io mi lasciai scivolare pian piano dalla poltrona, e rimasi in ginocchio dinnanzi a lui che mi si era seduto accanto. Ma fu tutt'altro che la genuflessione drammatica che avevo progettata; feci quell'atto senza slancio, come per vezzo; poi nascosi il volto sulle sue ginocchia, e gli dissi:

— Lascia che te lo dica così; se ti guardassi non oserei.

Sentii le sue mani posarsi su' miei capelli, e pensai: