Era un pensiero che lo tormentava continuamente. Gli pareva che entrando in iscena prenderebbe parte a quella vita avventurosa dei drammi che lo appassionava tanto.

Il capocomico, il quale era anche primo attore nella sua compagnia, era agli occhi di Tobie l'onnipotenza; egli pensava con ansietà che sarebbe bastata una parola di quell'uomo per aprirgli il varco a quel mondo fantastico a cui anelava.

Tobie non avrebbe mai osato rivolgersi direttamente a quel personaggio alto e misterioso che vedeva ogni sera sotto nuovi aspetti e con nuovo prestigio. Ma da tutti gli impiegati, da tutti i subalterni del teatro gli faceva portare la sua supplica di accoglierlo nella compagnia, e stava sempre aspettando una risposta.

La Bess, che s'infastidiva di quell'idea stravagante, gli diceva spesso:

— Non farti illusioni, Tobie. La tua voce è troppo cupa. Non sei fatto per recitare. E poi, a cosa servirebbe?

Era una donnina positiva, d'idee strette, ignorante, che passava la vita lavorando. Al teatro non ci andava mai, e credeva che tutte le arti fossero perditempi inutili, ed anche un po' peccaminosi.

Ma Tobie non rinunciava per questo alle sue speranze.

Una sera si dava l'Amleto. Egli era là, al solito posto fra le quinte, cogli occhi sbarrati, il cuore palpitante per quel povero principe mesto, che era il capocomico. Ad un tratto gli sente dire con accento di profonda incertezza:

Tobie or not Tobie...

Parlava di lui! Era preoccupato della sua domanda. Rifletteva se dovesse ammettere Tobie all'onore della scena. Ci doveva essere un posto vacante, ed il principe pensava se gli convenisse meglio ammetterci Tobie or not Tobie.