Tobie era timido, rispettosissimo; ma in quel momento vedeva agitarsi la grande questione della sua vita: «that is the question» diceva pensosamente Amleto. Una parola detta a tempo, un'intercessione, potevano forse deciderlo in favore del povero operaio.
Tobie si lasciò vincere dalla sua grande passione, si fece innanzi sul palco, un passo solo, colle mani giunte, e con voce supplichevole esclamò:
— Oh yes sir! Tobie! Tobie!
Neppure la sepolcrale serietà d'Amleto potè resistere a quella scena; ed il pubblico applaudì con entusiasmo.
Tobie, da quell'uomo discreto che era, si ritirò subito. Ma il sorriso del capocomico gli aveva dato buone speranze. Infatti, egli aveva preso interessamento per quel personaggio bizzarro, che aveva ridotta ai minimi termini per conto suo la grande questione dell'essere o non essere. Ogni volta che gli passava accanto dopo quel fatto, sorrideva ancora.
Una sera, al momento di andare in iscena, venne a mancare, per un malessere improvviso, un attore di terz'ordine che doveva comparire soltanto un momento per annunciare ad un sovrano che la reggia era stata incendiata dai sudditi ribelli. Erano poche parole. Una comparsa.
— Accontentiamo Tobie Reed — disse il capocomico. — Vestite lui, ed insegnategli la parte.
Si può figurarsi la gioia, l'esaltazione di Tobie. Aveva raggiunta la mèta sospirata tanto lungamente. Ecco; un sovrano lo prendeva al suo servizio; e toccava a lui, Tobie, dare il primo allarme per avvertire il suo signore dell'incendio.
In un momento tutto si confuse in quella povera testa. Non pensò più ad altro che al pericolo del sovrano suo signore; se ne appassionò; avrebbe voluto correre subito da lui; e ci volle tutta a trattenerlo fino al momento in cui toccava veramente a lui d'entrare in iscena.
Appena gli dissero: va, egli balzò con furia fuori dalle quinte, al colmo dell'esaltazione, urlando come uno spiritato: