— Che mascalzone! Così sono educati i nostri giovinotti! — Esclamò con disprezzo la signora Zeta.

— Le pare? — entrò a dire la signora Icchese. — Io ne sono così mortificata, che appena mi accorgo d'essere seguita, salgo nella prima casa d'amici che trovo, per togliermi da quel ridicolo.

— La prego di considerare anche la mia casa come una casa d'amici, — disse graziosamente la piccola bruna. — In queste circostanze le signore debbono aiutarsi fra loro. La farò accompagnare da mio marito, che è serio, ed educato anche; non come questi giovani che hanno soltanto gli abiti da gentiluomo, ma la cortesia la vanno studiando nelle botteghe delle modiste, o fra le quinte del palco scenico.

— Grazie di cuore. Permetterà ch'io venga a ringraziarla a casa sua, anche senza che mi ci costringa quel signore.

Si scambiarono gl'indirizzi, si domandarono a vicenda in che giorno ricevevano, ed entrarono poi nel cordiale rapporto delle visite, recandosi volta a volta i complimenti dei rispettivi mariti, ed il loro desiderio vivissimo di conoscere le amiche delle rispettive mogli. — Complimenti e desiderii improvvisati dalla gentilezza delle dame, e di cui i mariti non avevano il più lontano sospetto.

Un giorno la signora Zeta stava per andare a colazione, quando udì una scampanellata forte, nervosa, sconveniente; — e quasi subito vide entrare la signora Icchese più accesa, più agitata ancora di quando l'aveva scontrata dalla contessa Ipsilonne.

— Oh, cara. A quest'ora? È ancora quell'indiscreto?

— Appunto. Ho dovuto rifugiarmi qui. Mi scusi, sa.

— Che! La ringrazio della fiducia. Ma è incorreggibile quell'uomo!

— Peggio che mai. Si figuri che ha osato accostarsi per parlarmi.