E Marco si precipitò al collo di sua madre, singhiozzando come un bambino; e dopo un primo sfogo le mise intorno tutti i suoi figli, e sua moglie, dicendo:
—Oh, mamma cara! mamma santa!
La Maria s'era inginocchiata presso la suocera e le baciava le mani, mentre i bambini, a cui avevano detto di abbracciare la nonna, esclamavano giubilanti:
—Un'altra nonna! un'altra nonna!
VITE SQUALLIDE.
Erano due vecchie zitelle, e vivevano sole. La signora Rosa, tutta piccina, tutta giallina per una malattia epatica, portava una cuffietta bianca con alcune cocche di nastro turchino. La trina ed il tulle erano di cotone, rilavati ed insaldati finchè ci potevano reggere; ed il nastro aveva conservata appena una pallida tinta del turchino primitivo. Nessuno, neppure tra i più vecchi conoscenti, si ricordava d'aver mai visto la signora Rosa senza la cuffia; il fatto era che quella cuffia l'aveva adottata prima di compir i quindici anni, quando aveva sofferto per la prima volta un'itterizia acutissima che non era poi mai guarita del tutto, e l'aveva accompagnata fedelmente per tutta la sua povera vita. La signora Caterina invece era forte e robusta, alta come un granatiere; ed anche i suoi modi bruschi e la sua intelligenza rudimentale, sarebbero stati più adatti ad un soldato che ad una signora. Signora, tanto per dire; ed equivale a donna del ceto civile; ma quelle due sorelle erano poverissime. Possedevano di patrimonio comune ed indiviso, seimila lire, le quali, collocate presso un banchiere amico e lontano parente, fruttavano una somma netta di trecento lire all'anno.
Fino a pochi anni prima che io le conoscessi molto davvicino, le due zitellone avevano avuto la madre completamente cieca. A quell'epoca un cugino parroco, cedeva alla vecchia parente un quartierino, annesso alla sua parrocchia di S. Giovanni; quattro camere ed un giardinetto. Lo cedeva gratuitamente, a condizione che le tre donne tenessero in ordine la biancheria della chiesa ed i paramenti.
Con quanta coscienza adempivano a quell'impegno! La domenica e tutte le feste comandate mettevano da parte i lavori dai quali cavavano da vivere, e, dalla mattina alla sera, s'affrettavano ad intrecciare alte trine a maglie complicate, per le tovaglie dell'altare. La signora Rosa, che sapeva lavorar di fino, ricamava a punto buono l'animetta per coprire il calice, il corporale, le cotte; orlava finamente i camici, gli amitti, ed i purificatori. Non c'era sagrestia più ben tenuta di quella di S. Giovanni.
La signora Caterina aveva la passione dei fiori; una passione muta, senza espansioni, e modestissima. Non ricercava piante esotiche o fiori di specie rara; curava devotamente i suoi geranî, i suoi oleandri, le limonarie, le aspedistre, ed era felice di moltiplicarli, di coprirne tutto il parapetto e tutte le aiuole del piccolo giardino. Era la sua unica distrazione, il suo solo piacere.
Le trecento lire di rendita delle tre donne non bastavano al loro vitto, per quanto modesto. Ed esse lavoravano per un negozio. Lavoravano assiduamente, un lavoro monotono e mal compensato, e ci mettevano uno zelo da artista. La signora Rosa cuciva biancherie finissime, faceva trafori che parevano trine, rammendi che non lasciavano più trovare la traccia della laceratura. La signora Caterina non lavorava che a punto di calza; ma in quello era maestra. Le venivano dal negozio delle calze colorate a disegni strani, delle uose dello spessore di due centimetri, giubbini e mutande modellati come maglie da teatro, coperte da letto d'un lavoro complicatissimo.