Lei prendeva quei modelli con mal garbo, dichiarava che erano sciocchezze, che un bel punto semplice valeva sempre meglio, che, del resto, lei non era capace d'imitare quelle corbellerie; che, neppure sapendo, l'avrebbe fatto, perchè non metteva conto; erano idee da gente leggera; preferiva perdere la pratica del negozio che sottomettersi a fare quelle stranezze….
Intanto guardava, esaminava ben bene il modello co' suoi occhi loschi, preparava i ferri in misura, la lana, infilava i punti, e, dopo qualche tentativo più o meno felice, riesciva sempre a copiare la nuova maglia.
Allora cominciava a sorridere colla sua povera bocca storta, un sorriso muto e gongolante di legittimo orgoglio. E si metteva a quel nuovo lavoro con ardore, immaginava tutte le applicazioni che gli si potevano dare, se ne innamorava, disprezzava tutti i punti dell'anno precedente; poi, quando il nuovo cominciava a passar di moda, si ribellava, protestava, s'aggrappava a quell'ultimo capriccio, finchè non ne veniva un altro ad innamorarla daccapo. Erano i suoi soli amori, da vent'anni in poi, ed erano sempre amori degli altri, che le venivano imposti.
Una volta sola nella sua vita aveva avuto un amore suo, un amore d'elezione. Era come un romanzo la storia della signora Caterina; lei non ne parlava mai, ma la signora Rosa si compiaceva di raccontarla sommessamente, guardando sua sorella con un'ammirazione retrospettiva, che nessuno poteva più condividere.
Da giovinetta, la signora Caterina era bellissima di volto come di persona; allora c'era ancora suo padre, negoziante di generi coloniali, che guadagnava molto; la famiglia viveva benino, e quella bella fanciulla consolava i genitori del cruccio d'avere la primogenita malata, ed invecchiata anzi tempo col suo pallore giallognolo e la sua cuffia. Quando la Caterina ebbe vent'anni, le misero il primo vestito da ballo e la condussero ad una festa. Là fece la conquista d'un professore di contrabasso dell'orchestra della Scala di Milano, che si trovava a Novara per la gran Messa in musica della festa di S. Gaudenzio.
Prima di ripartire per Milano, egli domandò la Caterina in isposa; e si combinarono le nozze col consenso di tutti, per la prossima Pasqua. Durante quei mesi, lo sposo faceva frequenti gite a Novara. Non era nè molto giovane nè molto bello; aveva una persona colossale, un viso paffuto e colorito, troppo colorito. Ma era gioviale, buono, espansivo; la Caterina ne fu presto innamorata come un'eroina da romanzo. L'abito da ballo fu riposto nell'armadio, perchè il corpulento fidanzato non si sentiva bastantemente leggero per danzare, e non amava di vedere la sua bella sposa danzare cogli altri: ella non rimpianse quel piacere appena assaporato; il suo amore si compiaceva del sacrificio.
Dal dì di S. Gaudenzio, che è il 22 gennaio, alla Pasqua, corsero dieci settimane, e furono dieci visite dello sposo, dieci gioie mute e frenate per la Caterina, che lo vedeva in presenza dei suoi, gioiva e palpitava di sentirselo accanto, ma non osava aprir bocca, e lo guardava appena. La decima visita, però, doveva unirli per sempre; e lo sposo, che giunse la sera, era tripudiante, esaltato, pazzo d'amore e di felicità. La Caterina piangeva in silenzio; si sentiva tanto contenta e tanto amata, che ne era commossa.
La mattina, vestita da sposa, e pallida pel turbamento interno, era più bella che non fosse stata mai. Rimaneva muta dinanzi allo specchio, guardandosi fissa, come se quella bella figura le riescisse nuova, e sorridendo forse al pensiero della gioia che proverebbe il suo sposo al vederla. La piaceva di sentirsi ammirata. Scese le scale, voltandosi indietro per vedersi lo strascico dell'abito bianco; era il suo primo abito a strascico.
C'erano tutti gl'invitati, e le carrozze erano alla porta. Soltanto lo sposo non era comparso.
Aspettarono un quarto d'ora, poi giunse il sagrestano a dire che in Duomo tutto era pronto, e che il parroco si impazientava, perchè c'erano molti ammalati di vaiuolo, che aspettavano i sacramenti.