— Ebbene, gli dissi, partiamo subito.

«E partimmo. Entrai in un vagone in cui c'erano parecchie persone, ed il mio sposo dovette seguirmi malgrado il suo biglietto di coupé. Partimmo da Firenze alle sei del mattino ed alle otto di sera giungemmo a Torino senz'essere stati soli un momento.

«Dovevamo passare la notte a Torino e ripartire la mattina seguente per Modane. Ma, appena giunti all'albergo, gli dissi che avevo sofferto tutta la strada d'un atroce dolore ad un dente.

«Mi ci voleva il chirurgo-dentista. Il dottor Camusso mi aveva curata altre volte. Era necessario che mio marito andasse subito a cercare il dottor Camusso. No; un cameriere non ci metterebbe quella premura. Doveva andarci lui. Fui inesorabile. Gli diedi l'indirizzo: via S. Tommaso, n. 3. E se ne andò.

«Appena egli fu uscito, uscii alla mia volta; andai in piazza Castello, entrai in un omnibus che mi conducesse fin in Borgo Nuovo. Di là mi recai a piedi in via Vanchiglia da una cameriera che m'aveva servita qualche tempo, poi si era maritata a Torino con un operaio. La pregai di tenermi in casa sua per alcune settimane senza farne parola a nessuno. E vi rimasi più d'un mese.

«Intanto la mia compagnia lasciò Firenze e si recò a Napoli. Io scrissi al direttore che lo raggiungerei. Ed infatti dopo quaranta giorni ricomparvi in iscena ai Fiorentini di Napoli, in una prima rappresentazione che ebbe un gran successo, ed io ne ebbi la mia parte.

«Il domani il mio sposo lesse quella notizia sul Fanfulla nella corrispondenza di Picche. Anch'egli, come il fidanzato di Milano, mi scrisse di non considerarmi più come sua moglie.

«L'avviso era superfluo. Pensavo tanto a lui come all'imperatore della Cina. L'avevo sposato unicamente nell'idea fissa di mostrare alla gente che mi aveva disprezzata, che si può essere una attrice, ed essere onesta come un'altra fanciulla, e fare un bel matrimonio, e rimanere una buona artista diventando una gran dama, ed una buona moglie. Era stata un'illusione. Dovetti rassegnarmi a vivere divisa dal marito.

«L'anno scorso seppi, non dalla sua famiglia, ma per mezzo d'un giornale, che mio marito era morto di tifo.

«Nel contratto nuziale mi aveva fatto un assegno dotale abbastanza generoso, per assicurarmi un'esistenza agiata; e, malgrado il mio abbandono, non aveva presa nessuna disposizione per annullare quella donazione. Ma quando la reclamai, i suoi parenti ed eredi mi mossero lite.