Ma qui finivano le informazioni di Odda. Chi era? Com'era? Giovine? Vecchio? Ricco? Povero? Bello? Brutto?

Di tutto questo non ne sapeva più di loro, signore lettrici. Sapeva però che ne era idealmente innamorata, e questo lo sanno anche loro a quest'ora. Colla loro penetrazione di donna l'hanno indovinato da questo esordio.

Dunque Odda aveva scritto un biglietto al signor Fulvio e lo aveva pregato per la loro fratellanza in arte, e per la sua cortesia verso una signora, a volersi incaricare di ricevere il suo quadro, presentarlo, farlo collocare e molti etcetera.

Ed il signor Fulvio, da uomo cortese, aveva risposto ringraziandola dell'atto di fratellanza, ed accettando l'incarico con entusiasmo. — E più tardi aveva sfogato in quattro «piedi» d'appendice d'un giornale quotidiano, la sua ammirazione pel talento artistico della signora Odda, la quale lesse quel giudizio colla gioia con cui i pochi eletti fra i molti chiamati leggeranno la loro parte di giudizio universale, nella valle di Giosafatte; lo imparò a memoria, e fabbricò un castello in aria colossale su quella base di carta.

* * *

L'esposizione stava per essere chiusa; lo zio Giorgio, il parente iconoclasta, era tornato dalla campagna colla famiglia: una figliuola di ventitrè anni, ed una sorella vedova — anni x.

Odda era giunta anch'essa in casa dello zio, per sapere cosa avvenisse del suo quadro, ritirarlo, o ritirarne il prezzo se si vendeva.

Era arrivata col treno della mezzanotte; s'era coricata subito, ed il mattino, alzandosi tardetto, aveva trovato lo zio in sala da pranzo che si bisticciava colla sorella per cagion sua.

— L'arte delle donne, diceva lo zio, è di essere buone mogli e buone mamme. Ecco la sola idea vera e sana che voi altre possiate avere; ecco la vostra felicità, la vostra gloria. La famiglia; non altro che la famiglia.

— E chi glie lo nega, zio? entrò a dire Odda che aveva udite quelle ultime parole.